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intervento italianoRoma, 26 apr – Il premier libico, Faiz al-Siraj, ha chiesto formalmente, dopo il recente insediamento del suo governo a Tripoli, l’aiuto dell’Onu per difendere le installazioni petrolifere del Paese, ed il governo italiano pare abbia pronti i piani per la prima fase dell’intervento armato: secondo quando riportato da Repubblica, fonti della Difesa confermano che per difendere le organizzazioni internazionali a Tripoli (ambasciate Onu e Ue e altri uffici internazionali), l’Italia potrebbe guidare 250 uomini delle Nazioni Unite, fornendo un contingente di 50 militari fra Esercito e Carabinieri.

Una prima voce che prefigurava l’intervento armato di un contingente più numeroso è stata recentemente smentita sia dal Ministero della Difesa che dal Governo stesso per una semplice questione tecnica: il contingente non sarà impegnato nella lotta alle truppe dell’Isis, ma dovrà principalmente garantire la sicurezza degli impianti petroliferi e soprattutto fornire addestramento all’esercito libico di Tripoli. Su quest’ultimo punto è stata ben chiara anche il ministro della Difesa Pinotti in una recente intervista a Rid, in cui sostiene che “I protagonisti della rinascita della Libia non possono che essere i libici stessi. Spetta solo a loro chiedere alla comunità internazionale ciò di cui hanno bisogno. Detto questo, verosimilmente, il primo passo riguarderà la ricostruzione dello Stato a cominciare dal comparto sicurezza e dunque un compito fondamentale per ogni eventuale missione internazionale sarà quello dell’addestramento delle Forze Armate e della Polizia”.

La posizione italiana risulta quindi cautelare sebbene per il nostro Governo l’unica autorità riconosciuta sia quella di Faiz al-Siraj, escludendo automaticamente ogni pretesa proveniente da Tobruk e dalla Cirenaica. La situazione libica infatti non è affatto definita a livello istituzionale ed il premier al-Siraj sa bene di non poter contare sul sostegno di tutte le realtà tribali: per questo per il momento si limita a richiede l’aiuto internazionale per difendere solo le installazioni petrolifere, comunque vitali per l’economia della Libia, invece che invocare l’intervento armato per la lotta contro il Califfato. Lo stesso fronte “anti Isis” infatti è diviso regionalmente: il generale Khalifa Haftar, capo di una milizia che ha combattuto gli islamisti a Bengasi, di fatto tiene in ostaggio il parlamento di Tobruk e gli impedisce di votare a favore del governo Siraj. Nei giorni scorsi il generale ha ricevuto armi dagli Emirati Arabi Uniti, che assieme ad Egitto e Francia sono i grandi alleati di Haftar, in violazione dell’embargo deciso dall’Onu. Haftar, personaggio quantomeno ambiguo, è stato uno dei generali ribelli durante il conflitto contro il Ciad e formò un contingente militare sovvenzionato dagli Stati Uniti per rovesciare Gheddafi. Vissuto per 20 anni negli Usa ritornò in Libia nel 2011 per prendere parte all’insurrezione che depose il Rais, nel 2014 fu artefice di un tentativo di golpe subito sedato dalle autorità dell’allora premier Ali Zaydan. Il 25 febbraio 2015 Haftar, col sostegno dell’Egitto, viene nominato ministro della Difesa e Capo di Stato Maggiore dal governo cirenaico di Tobruk, anche grazie alle armi e all’aiuto delle forze speciali francesi e inglesi, molto attive lungo il confine egiziano.

La mossa di al-Siraj risulta quindi un modo di tutelarsi dalle possibili stoccate del generale Haftar, che grazie agli aiuti militari è in grado di muovere verso i campi petroliferi della Tripolitania, e nel contempo offrire una prima di forma di lotta al Califfatto, da sempre intenzionato al controllo delle attività petrolifere libiche. Non mancano le nostre perplessità: se da un lato ci rallegriamo che finalmente si parli concretamente di un impegno armato, dall’altro dobbiamo sottolineare il colposo ritardo del Governo italiano nel volersi impegnare per la risoluzione della questione libica: altri Stati come Francia, Inghilterra e Usa, non si sono fatti condizionare dall’avere o meno il nulla osta di una qualsiasi autorità libica e in questi mesi hanno portato avanti delle operazioni militari a bassa intensità con l’impiego di Forze Speciali ma anche con vere e proprie missioni di bombardamento. L’Italia in tutto questo tempo è solo stata capace di agire diplomaticamente in appoggio ad al-Siraj, che comunque, come abbiamo già visto, non gode di un consenso tale da potergli assicurare un governo stabile, ostacolato principalmente dal nazionalismo senusso sostenuto da Egitto, Francia e Inghilterra, ma anche dal retaggio della Jamahiriyya libica voluta dal Colonnello Gheddafi, ancora molto forte in alcune realtà tribali della Tripolitania.

Paolo Mauri

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