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Roma, 17 set – Dopo il ricatto indecente, il processo kafkiano. I 18 pescatori italiani rapiti dai militari del generale Khalifa Haftar a 35 miglia dalla costa libica e detenuti da inizio settembre in Cirenaica, adesso potrebbero finire in tribunale. Stando a quanto rivelato da La Stampa, il presidente della commissione Affari esteri di Tobruk ha fatto sapere infatti che i nostri pescatori “sono stati fermati perché svolgevano attività di pesca nelle nostre acque territoriali” e “presto gli equipaggi dei due pescherecci italiani compariranno davanti a un tribunale che dovrà pronunciarsi sul reato da loro commesso”.

Come i Marò

Insomma prima i libici hanno provato a usare i nostri pescatori come merce di scambio, proponendo al governo italiano di rispedirli a casa soltanto previo rilascio di 4 “calciatori” – in realtà trafficanti di uomini condannati a 30 anni in Italia – detenuti nelle nostre carceri. Adesso, visto che ovviamente la spudorata richiesta non è stata presa in considerazione, annunciano di voler processare i 18 pescatori sequestrati. E’ una vicenda che evoca tristemente quella dei Marò in India, per quanto stavolta stia facendo meno scalpore. Evidenzia peraltro tutta l’incapacità di Luigi Di Maio, il quale da ministro degli Esteri risulta sempre più imbarazzante. Ma uno dei peggiori errori del governo Conte, aver scelto l’esponente pentastellato alla guida della Farnesina, potremmo commentarlo all’infinito senza risolvere l’attuale drammatica situazione che vivono i nostri connazionali sequestrati.

Le richieste dell’opposizione

L’obiettivo in questo momento è dunque soltanto uno: riportarli a casa subito, senza tergiversare oltre. I leader dei partiti di opposizione hanno provato ad alzare la voce, senza scuotere troppo l’addormentato Di Maio. “Quando avevamo sollevato il dramma dei pescatori italiani sequestrati dai libici, alla Farnesina si erano stizziti. Dopo una settimana – ha detto tre giorni fa Matteo Salvini – la situazione è addirittura peggiorata e i libici ricattano l’Italia chiedendo la liberazione di alcuni trafficanti. Massima solidarietà alle famiglie, agli amici e ai colleghi dei pescatori bloccati all’estero e un abbraccio alla comunità di Mazara del Vallo. Ci auguriamo che il governo si faccia rispettare e porti a casa i nostri connazionali“. Ora, per l’esattezza, sono passate due settimane dal rapimento e la situazione è peggiorata ulteriormente. Ieri Giorgia Meloni ha fatto sapere che ha intenzione di presentare un’interrogazione parlamentare sulla vicenda: “Il governo se ne occupi immediatamente, siamo stanchi delle provocazioni. Presenteremo subito una interrogazione parlamentare per chiedere al governo come li sta tutelando“, ha detto il leader di Fratelli d’Italia.

Di Maio si affida a Russia ed Emirati

A colpirci sono state però, in particolare, le parole pronunciate ieri dal ministro Di Maio: “Presto convocheremo un vertice di governo su questo caso. In questi giorni ho sentito il ministro degli Emirati e il ministro russo, che hanno capacità di influenza su quella parte libica. Stiamo lavorando con un basso profilo per ottenere risultati”. Da brividi, perché Di Maio ha ammesso candidamente che l’Italia è evaporata nella Libia orientale, ovvero non è più in grado di esercitare il benché minimo ruolo in Cirenaica e quindi è costretta ad affidarsi agli Emirati Arabi e alla Russia. Di fronte poi ai palesi ricatti di Haftar stride poi il lavoro di “basso profilo” dichiarato dal nostro ministero degli Esteri. Come a dire: non fate troppo rumore, parlate il meno possibile di questa delicata vicenda, perché altrimenti non siamo in grado di gestirla sottotraccia. Imbarazzante. E molto, molto preoccupante.

Eugenio Palazzini

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