Roma, 29 ott – La Libia mette sotto controllo le Ong. E lo fa con un decreto, emesso dal Consiglio presidenziale del governo di accordo nazionale libico il 14 settembre scorso, che ha come oggetto “il trattamento speciale delle organizzazioni internazionali e non governative nella zona libica di ricerca e salvataggio marittimo“. Il codice sulle Ong approvato e firmato dal presidente Fayez Al Sarraj, è composto da 19 articoli, ed è consultabile in italiano grazie alla traduzione fatta dall’ufficio immigrazione dell’Arci, pubblicata su Repubblica.it nelle scorse ore. Il testo è stato inviato anche in Italia.

Le navi possono solo collaborare con le autorità libiche e previa autorizzazione

Secondo quanto previsto dal decreto, alle Ong “interessate a collaborare nella ricerca e salvataggio marittimo” è imposto di presentare una preventiva domanda di autorizzazione alle autorità libiche a cui sono obbligate “a fornire periodicamente tutte le informazioni necessarie – anche tecniche – relative al loro intervento”. Queste le condizioni che vengono imposte alle navi delle Ong: “Lavorare sotto il principio di collaborazione e supporto, non bloccare le operazioni di ricerca e salvataggio marittimo esercitato dalle autorità autorizzate dentro l’area e lasciare la precedenza d’intervento“. In poche parole, le Ong devono smettere di prendere a bordo immigrati irregolari nelle acque dove opera la Guardia costiera libica. Ancora, “le Ong si limitano all’esecuzione delle istruzioni del centro e si impegnano a informarlo preventivamente su qualsiasi iniziativa anche se è considerata necessaria e urgente”.  Se le navi Ong non dovessero rispettare queste indicazioni, “il personale del dispositivo è autorizzato a salire a bordo delle unità marittime ad ogni richiesta e per tutto il tempo valutato necessario, per motivi legali e di sicurezza, senza compromettere l’attività umana e professionale di competenza del Paese di cui la nave porta la bandiera”.

“Le navi che violano le norme verranno sequestrate”

L’articolo 12 è quello che più ci riguarda da vicino, perché prescrive che “i naufraghi salvati dalle organizzazioni non vengono rimandati nello Stato libico tranne nei rari casi eccezionali e di emergenza“. La Libia però vuole “le barche e i motori usati”. Alle Ong è richiesto di “non mandare alcuna comunicazione o segnale di luce per facilitare l’arrivo d’imbarcazioni clandestine verso di loro“. Niente più appuntamenti con gli scafisti, dunque. Il decreto infine prevede delle sanzioni dure per chi non rispettasse le norme previste: “Tutte le navi che violano le disposizioni del presente regolamento verranno condotte al porto libico più vicino e sequestrate. E non verrà più concessa alcuna autorizzazione“.

Il problema adesso è che siccome le Ong non riconoscono le autorità libiche né tantomeno il codice in questione ci saranno continui scontri nelle acque territoriali di Tripoli, con un prevedibile e insopportabile piagnisteo da parte delle cosiddette organizzazioni umanitarie (e della sinistra che le difende). Sì, perché come è noto queste navi “salvano” gli immigrati spesso previo appuntamento con gli scafisti in acque Sar libiche. Ora per le Ong sarà più dura, almeno in queste acque, continuare a occuparsi di traffico di esseri umani.

Ludovica Colli

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