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pinottiRoma, 28 gen – In Libia sembra tutto pronto per un intervento militare anche italiano, ovvero non ci muoveremo di nostra iniziativa ma solo per ordine degli Stati Uniti. In pratica, se per deporre Gheddafi, con cui avevamo accordi economici più che vantaggiosi, ci siamo accodati appoggiando l’operazione della Nato a nostro discapito, stavolta mutatis mutandis per riprendere il controllo di una nazione allo sbando attendiamo le mosse degli Usa. E’ quanto detto a chiare lettere dal ministro della Difesa Roberta Pinotti, intervistata dal Corriere della Sera: “Stiamo valutando con gli alleati quali sono le necessità nel caso di un’emergenza. La stessa missione Mare Sicuro, nata come operazione anti-scafisti, prevedeva sin dall’inizio l’eventualità della lotta al terrorismo: ci dà infatti una capacità di intervento nel caso di rischi per le nostre piattaforme o di altro genere. Per lo stesso motivo abbiamo già spostato degli aerei a Trapani e costantemente aggiornato la raccolta di informazioni sul terreno. In ogni caso nessuno pensa che questa accelerazione possa avvenire per decisione militare che non sia parte di una decisione politica”.

La Pinotti ammette poi che la spinta verso la guerra è stata data dagli Stati Uniti, dovuta ad una “maggiore preoccupazione” per l’avanzata dello Stato islamico che tenta quotidianamente di spingersi oltre le zone già sotto controllo jihadista di Sirte e dintorni. Secondo il ministro della Difesa italiano si tratterebbe di tentativi “più simbolici che di sostanza” ma “le sconfitte di Daesh in Iraq possono spingere lo Stato islamico a fare della Libia un nuovo fronte”. Cosa peraltro già fatta notare da analisti e diplomatici da diversi mesi a questa parte e che adesso appare sempre più come probabile con il fallimento del tanto auspicato, dall’Onu e dall’Ue, governo di unità nazionale. La Pinotti parla di “stallo politico” rispetto al nuovo esecutivo libico che qualcuno, anche nel governo italiano, giudicava già cosa fatta.

Il problema è che a creare questo stallo, che già di per sé è un fallimento considerato che dà modo ai jihadisti di organizzarsi ancor meglio, tra gli altri, è stato il generale Khalifa Haftar. Proprio colui che a fine anni ottanta tentò di rovesciare il governo di Gheddafi con l’appoggio Usa per poi, non essendo riuscito nell’intento, riparare negli Stati Uniti sotto protezione del governo americano fino al ritorno sulla scena libica nel 2011 per sostenere la guerra contro Gheddafi. Proprio colui che la gran parte dei media occidentali giudicava, in seguito alla caduta del rais libico, come l’interlocutore più affidabile, grazie ai buoni uffici statunitensi, ha rigettato l’accordo per il governo nazionale contribuendo a generare quello che la Pinotti chiama “stallo”. La Libia continua intanto ad essere un ginepraio di fuoco e l’Italia si limita ad attendere le mosse degli “alleati” per risolverlo. Peccato che fino ad ora gli “alleati” abbiano soltanto complicato ulteriormente la situazione sul campo.

Eugenio Palazzini

2 Commenti

  1. Almeno prima sii facevano i rpoclami in piazza e si aspettava anche la risposta della gente con consenso fisico e visivo
    E la chiamavano dittatura

    Oggi che siamo nella finta democratica colonia UsaSion fanno quello he vogliono senza chiedere a nessuno e poi ci dicevano che ai tempi non valevamo nulla perché schiavi di Hitler
    Oggi siamo solo una indegna colonia per interessi esteri almeno prima lo facevamo per noi ed il futuro del nostro popolo
    Qui il Giappone ormai resa da 70 anni un popolazione inutile come l italia e la germania https://www.rt.com/news/330431-okinawa-base-us-aircraft/