Roma, 19 mar – “Si sta come d’inverno in coppa le italiane”. L’avrebbe descritta più o meno così Giuseppe Ungaretti l’ennesima stagione sotto le aspettative delle rappresentative nostrane in Europa. Negli ultimi mesi abbiamo provato a spiegare perché il calcio italico avesse la possibilità di tornare protagonista (per davvero) in campo continentale.

Teoria, analisi, previsioni che ancora una volta sono state prese a pedate dall’insindacabile verdetto del rettangolo verde. A salvare la faccia del movimento, Atalanta e Roma, che ieri sera si sono rispettivamente aggiudicate – non senza sofferenze – i quarti di Europa League e Conference: ad aprile, per fortuna, sarà già primavera. Uno dei termini più abusati in questi giorni dagli addetti ai lavori è senza dubbio lezione. Ammonimento ricevuto dalle nostre “grandi” in lingua spagnola e inglese.

Juventus (ancora) rimandata a settembre

Partiamo dall’eliminazione della Juventus. Bianconeri incapaci all’andata di capitalizzare il gol-lampo, di pregevole fattura tra l’altro, siglato da Vlahovic: subire una rete come quella di Parejo (voragine centrale a difesa schierata su giro palla lento, con Rabiot e De Ligt che letteralmente fanno accomodare in porta il marcatore in maglia gialla) a questi livelli è cosa che non può essere contemplata. Lo 0-3 del ritorno si spiega nella misura in cui le proprie certezze diventano miti incapacitanti. Il corto muso, che nell’arco dei 90 minuti si materializza spesso e volentieri con la vittoria per 1-0, può bastare in Italia quando sei materialmente più forte dei tuoi avversari ma in Europa, dove giocoforza i valori sono maggiormente livellati, non sempre funziona. Quando poi portiere avversario e legni fanno il loro dovere una prestazione tutto sommato discreta si trasforma in fallimento totale.

L’Inter si accontenta di una sufficienza stiracchiata

Diverso nei modi – ma identico nella sostanza – il discorso sull’altra delusa di Champions, l’Inter. L’affermazione nerazzurra ottenuta settimana scorsa a Liverpool infatti altro non è che una vittoria di Pirro. Al di là di rimpianti (la buona ma totalmente sterile oretta dell’andata), rimorsi – leggi alla voce Sanchez – e al netto dei 3 legni colpiti dai padroni di casa, i 180’ lasciano comunque l’impressione che i Reds si siano divertiti come il gatto fa con il topo, ottenendo il massimo risultato con il minimo sforzo, fisico e mentale. Un mese fa, proprio su queste pagine, abbiamo scritto di quanto sia importante l’uso della testa: prima che sul piano atletico la banda di Inzaghi ha pagato (anche in campionato) il dazio della doppia sfida a livello nervoso, involvendo nel giro di poche settimane il proprio marchio di fabbrica – la ricerca del gioco – da sicurezza a feticcio, trascinando l’impotenza europea dentro ai confini nazionali.

Il senso d’inferiorità? Un comodo alibi

La nota di demerito non riguarda però solo le strisciate: in Europa League avrebbe dovuto far meglio la Lazio – contro il Porto passata in vantaggio sia all’andata che al ritorno – e poteva ottenere ben altri risultati il Napoli, vista la sbiadita copia del Barcellona che fu.

Campioni, acquisti, potenziale di spesa: sul divario tra le italiane le altre, per dirla con il nostro Adolfo Spezzaferro, tutti ne parlano (a sproposito). Sì, perché se i milioni di euro aiutano e i grandi giocatori facilitano il ruolo degli allenatori, l’essenza del calcio – gioco di squadra imperfetto ed imprevedibile – non può essere colta né dal singolo né dal portafoglio (chiedere riscontro al PSG). Prendiamo il valore dei 15 sottomarini utilizzati da Emery a Torino che ammontano al prezzo del solo Vlahovic, oppure dei titolari, i quali non arrivano al cartellino di De Ligt: una squadra, il Villarreal con diversi prodotti del vivaio, capace a maggio di alzare l’Europa League – da queste parti manca dal 1999, quando ancora circolavano le lire per intenderci – e ad agosto in Supercoppa di costringere il Chelsea ai rigori. O l’esempio di un’altra “piccola”, il Siviglia, 6 affermazioni continentali in 15 anni.

Insomma a vincere non è (sempre) il più forte. O per lo meno, il prolungato digiuno italico non si spiega esclusivamente termini economici, tecnici e d’intensità: che la mentalità comandi le gambe non è luogo comune, ma dato di fatto. Uscire a testa alta o per un singolo episodio? Il problema castrante, l’avversario insormontabile è averci fatto l’abitudine.

Marco Battistini

 

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