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Monaco, 24 set — No alla polizia gender e alla dittatura del cosiddetto «linguaggio inclusivo» che appiattisce le differenze e impoverisce la lingua: a sottolinearlo è il governo regionale di Monaco di Baviera, che ha rivolto un preciso avvertimento alle università e alle accademie operanti sul territorio.



Riguarda gli studenti che si rifiutano di usare un linguaggio gender neutro (con asterischi, schwa e termini «neurtri» come genitore1 o genitore2, o «persona con utero» al posto di «donna», per fare un esempio): gli atenei sono tenuti a non penalizzarli con voti più bassi se questi si rifiutano di parlare secondo i paradigmi del nuovo linguaggio «inclusivo», il cui utilizzo «non deve essere rilevante ai fini degli esami».

Linguaggio gender negli atenei, la Baviera lo boccia

Lo ha dichiarato lo stesso presidente Söder, a seguito di una riunione dell’esecutivo regionale, a cui ha fatto eco il ministro bavarese per la Scienza, Bernd Sibler, smentendo le voci, circolate nei giorni scorsi, secondo cui ad alcuni studenti che non utilizzano il linguaggio gender neutrale, sarebbero stati assegnati dei voti più bassi. Sibler, esponente dell’Unione cristiano sociale (Csu) ha affermato che «l’uso del linguaggio di genere non dovrebbe essere un criterio di valutazione».

Le nuove linee guida degli atenei 

La puntualizzazione sui voti agli studenti schierati contro il linguaggio gender arriva in seguito alla decisione, presa da alcune università bavaresi, di preparare e presentare una serie di linee guida che indirizzavano agli studenti verso l’abbandono delle desinenze maschili e femminili. Questo, ovviamente, a favore un linguaggio più neutro e «inclusivo», anche grazie all’uso di asterischi e schwa. Un orrore lessicale che alcuni non hanno digerito. Gli atenei bavaresi hanno ribadito che «gli studenti sono liberi di scegliere la lingua per loro più appropriata. Nessuno può quindi essere valutato in maniera peggiore».

Markus Söder, che oltre ad essere presidente della Baviera è leader dell’Unione Cristiano-Sociale, ha etichettato le linee guida gender come «indottrinamento», avvertendo che «il linguaggio non si impone dall’alto» e che si rischia di non considerare più figure come «padre e madre» ma «genitore 1 e genitore 2». «Io non voglio che i miei figli mi chiamino genitore», ha concluso.

Cristina Gauri

 



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1 commento

  1. Ma qual’è il problema.
    Oggi con i traduttori simultanei non dovrebbe essere troppo complicato tradurre dal gender all’inglese.
    Dal gender al talebano, un po’ più difficile.

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