Roma, 14 apr — C’è anche un italiano recluso nell’inferno delle restrizioni anti Covid in atto in queste settimane a Shanghai: si chiama Alessandro Pavanello e da quattro giorni è rinchiuso in uno dei centri-lager di isolamento che ospitano le migliaia di cittadini risultati positivi agli screening di massa.

A portarlo via, prelevandolo dalla propria abitazione, sono stati gli uomini con le tute bianche, le figure spettrali che dominano il paesaggio cittadino diventate il simbolo di questa ondata di durissime misure restrittive messe in campo per contrastare il Covid: lockdown totale per tutti i cittadini, divieto di uscire di casa (anche per comprare cibo e medicine): a provvedere al sostentamento della cittadinanza segregata dovrebbero pensarci le autorità, ma la macchina degli aiuti si è ingolfata e da giorni si assiste all’atroce spettacolo di migliaia di cittadini che urlano dalle terrazze in preda alla fame e alle privazioni. Resta difficile da capire perché nessuno stia puntando il dito contro una palese e sistematica violazione dei più elementari diritti umani. 

Un veneto nella prigione-lazzaretto di Shanghai

Alessandro, 31 anni e produttore musicale di Padova, vive a Shanghai da 6 anni, Ora si trova da giorni in un’enorme struttura adibita a lazzaretto che ospita migliaia di positivi al Covid. E le condizioni non sono da hotel. «Questo era un capannone per le fiere — spiega al Corriere — nei cubicoli con le pareti alte un metro dove prima si vendevano i prodotti hanno organizzato delle mini camere da letto. In ognuna ci dormono 4 persone. O almeno ci provano: le luci bianche artificiali non vengono mai completamente spente».

Il diario di prigionia

Pavanello da alcuni giorni sta tenendo un «diario di prigionia» su Instagram, dove ragguaglia i propri follower sull’andamento della quarantena. «La situazione è abbastanza scandalosa: non ci sono le docce, tutti tossiscono e sputano, i vicini di letto guardano video a tutto volume alle 3 e mezza del mattino… Ma potrebbe andare peggio: la mia ragazza è in un altro centro di isolamento dove i bagni sono in comune tra uomini e donne».

Per lo meno, gli internati ricevono cibo ogni giorno, quel cibo che in città è difficilissimo recuperare. «Un signore mi ha detto: “Almeno qui ci sono 3 pasti al giorno”. Soprattutto per i più anziani è quasi meglio stare qui che a casa, dove non sempre vengono assistiti». Il 31enne descrive il trattamento che gli «uomini in tuta» riservano agli animali di coloro che vengono trovati positivi al Covid. «Ho visto i video del personale sanitario che abbatteva gli animali domestici lasciati soli dai padroni positivi: mi hanno turbato. Per fortuna sono riuscito a lasciare la mia gatta ad amici prima del lockdown».

Cacciato dalla propria abitazione

Pavanello è risultato positivo il 10 aprile. «Ho cercato di giocarmela in qualche modo, ho fatto finta di non parlare né cinese né inglese e il team ha deciso di non prendermi perché non volevano avere a che fare con uno straniero con il quale non potessero comunicare», racconta a Capital. «Però questo ha voluto dire che mi hanno riportato indietro nel mio quartiere, sono stato nel pulmino per 7 ore e poi mi hanno riportato al centro ma comunque non mi hanno voluto accettare». L’uomo è stato quindi riportato a casa, «e anche lì non mi volevano far entrare dentro casa mia, il compound non voleva accettarmi. C’è stata una riunione condominiale via chat e poi mi hanno fatto dei cori dal balcone per mandarmi via…». Per uscire dal lazzaretto bisogna avere due tamponi negativi e poi si può cominciare l’iter per il ritorno a casa.

Cristina Gauri

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