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Roma, 26 lug – “Il coraggio da voi dimostrato oggi, essendo presenti qui e concordando questa dichiarazione congiunta è un elemento storico, perché vi assumete il rischio di lavorare insieme per un processo di riconciliazione nazionale e per la costruzione di una pace durevole”. Sa sempre trovare le parole giuste per presentarsi come il salvatore della democrazia, Emmanuel Macron. I destinatari di questo suo discorso al miele sono Fayez Mustafa Al Sarraj e Khalifa Belqasim Haftar. Ovvero il premier del Consiglio presidenziale di Tripoli e il comandante dell’esercito nazionale libico. Un leader riconosciuto dall’Occidente, il primo, ma che comanda a stento su un quartiere della capitale. L’uomo forte dei russi e dell’Egitto, il secondo, che però è un militare spregiudicato a capo di un coacervo di signori della guerra, le cui milizie vengono pomposamente definite “esercito”.



Ieri, nel castello di La Celle, a Saint-Cloud, alle porte di Parigi, Macron li ha fatti sedere allo stesso tavolo e li ha fatti convergere su un’intesa i cui effetti sono tutti da dimostrare, ma che per ora avvantaggia soprattutto la Francia stessa. I due leader dello Stato nordafricano hanno stretto un accordo e si sono impegnati per un cessate il fuoco in Libia e per lo svolgimento di elezioni appena possibile. L’iniziativa unilaterale di Macron sembra quindi aver avuto successo. Il presidente francese di è incontrato prima con Sarraj, poi con Haftar, infine con entrambi. Due le emergenze principali sul tavolo: la lotta al terrorismo e il traffico dei migranti. Questioni troppo complesse per essere risolte da due Stati poco più che embrionali e per di più in conflitto fra loro, come quelli guidati da Sarraj e Haftar. Insomma, alla Libia serve uno Stato vero. A Parigi, Macron ha voluto fissare una road map per arrivarci. Il cessate il fuoco siglato, è stato precisato, non include la lotta al terrorismo, che quindi continua. “Innanzitutto le parti dovrebbero mettersi d’accordo su cosa intendono per terrorismo”, fa notare su Repubblica Vincenzo Nigro. In uno scenario dominato da jihadisti, predoni, bande armate, potentati locali di origine criminale e/o tribale, tutti possono diventare dall’oggi al domani “terroristi”. La tenuta dell’accordo, quindi, è tutta da verificare.

Un risultato immediatamente verificabile, invece, è il protagonismo unilaterale della Francia in quella che un tempo era la nostra “quarta sponda” sul Mediterraneo, e che invece ha cessato di esserlo nel 2011, proprio grazie alla sciagurata azione francese contro Gheddafi. Il destabilizzatore che si erge a stabilizzatore. Il colmo. Ironia della sorte, Macron ha persino ringraziato il presidente del Consiglio italiano, Paolo Gentiloni, per il raggiungimento di questo risultato diplomatico. Il successo di Macron, comunque, è chiaro. Sarraj e Haftar si erano già incontrati il 2 maggio, ad Abu Dhabi, ma il summit era stato un fallimento, tant’è che era persino mancata una dichiarazione congiunta, che invece ieri c’è stata. Un altro vincitore del summit è sicuramente Haftar. A essere rimessi in discussione sono gli accordi di Skhirat, quelli che il 17 dicembre 2015 consegnarono il Paese a Sarraj. Un patto sin qui considerato intoccabile, ma ora già superato dagli eventi. Sembra infatti che si vada verso una ridefinizione del consiglio presidenziale in cui Haftar si troverebbe a fianco di Sarraj. Anche le elezioni previste per il 2018 sono una vecchia richiesta del generale, a lungo rifiutata dal leader di Tripoli. L’ennesimo smacco per la Ue, che aveva puntato tutto su Sarraj ma la cui linea è stata alla fine sconfessata da uno dei suoi partner più influenti, che ha del tutto autonomamente scompaginato le carte. Ma, in questa Europa, c’è chi può e chi non può. E, soprattutto, c’è chi vuole e chi non vuole. La Francia vuole. Noi, sfortunatamente, no.

Adriano Scianca

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