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Crisi LibiaRoma, 19 feb – Il governo italiano con la Libia non sa che pesci prendere. Tentenna, osserva, attende, sussurra proposte campate in aria. Eppure la situazione è grave, gravissima. Non si intravedono soluzioni positive a breve termine e di questo passo si rischia soltanto di far crescere la minaccia che abbiamo ufficialmente sotto casa.

Un mese fa, quando i jihadisti già controllavano quasi indisturbati fette di territorio libico, Renzi intervistato in diretta su La7 dalla Gruber dichiarava convinto: “c’è un inviato speciale dell’Onu che si chiama Bernardino Leon, che sta tentando quella che credo sia l’ultima carta, recuperare il parlamento di Tobruk e quello di Tripoli e noi facciamo il tifo perché questo tentativo abbia successo. Se non lo avrà l’Italia è pronta a un protagonismo innanzitutto diplomatico e poi eventualmente a un intervento di peace-keeping sempre con egida Onu.”

Analizzare queste parole senza avvilirsi era difficile allora, lo è ancora di più oggi. Un presidente del consiglio che dichiara di “fare il tifo”, come se fosse uno spettatore allo stadio davanti alla propria squadra del cuore e non il responsabile diretto del destino di un popolo, è già di per sé inaccettabile. Lo è ancora di più se poi come unica soluzione possibile al caos libico propone “un intervento di peace-keeping”, dimostrando di non conoscere minimamente il diritto internazionale. Il tutto potrebbe sembrare trascurabile, se non fosse che a rilanciare questa assurda proposta, in vario modo e con alcuni distinguo, sono stati a più riprese vari esponenti del governo.

Come il ministro della Difesa Roberta Pinotti, che intervistata domenica scorsa da Il Messaggero ha dichiarato: “Si dovranno anestetizzare realtà dove ci sono infiltrazioni terroristiche, e fare peace-keeping nel resto del territorio”. E il ministro degli Esteri Gentiloni, che ha annunciato sicuro dal sito della Farnesina: “un intervento di peace-keeping, rigorosamente sotto l’egida Onu, vedrebbe l’Italia impegnata in prima fila”. Vediamo allora che cosa si intende con “missione di peace-keeping” e perché in questo caso è una proposta assurda.

Letteralmente peace-keeping significa: “mantenimento della pace”. Già questo basterebbe per capire che la linea italiana è sbagliata. In Libia c’è una guerra in atto, tra svariate fazioni che si contendono fette di territorio più o meno grandi. Non esiste neppure un governo riconosciuto dalla maggioranza di cittadini. Come si possa, a fronte di ciò, pensare di “mantenere la pace” è un mistero gaudioso. Una forza di peace-keeping, e qui basterebbe aver letto un classico manuale di diritto internazionale come il Conforti, non è incaricata di usare la forza ma di aiutare i contendenti a stabilire e mantenere la pace senza l’utilizzo delle armi, se non in caso estremo di legittima difesa. Come sia possibile mandare soldati in Libia a dialogare con i jihadisti senza poter sparare è un altro grande mistero.

Le missioni di peace-keeping non sono soluzioni unilaterali, ma devono essere deliberate dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, prevedono il consenso dello Stato in cui si opera (la Libia è uno Stato in questo momento?) e hanno costi elevatissimi, con tutti gli Stati membri dell’Onu tenuti a contribuire alle spese. Difficilmente possono quindi essere contemplate senza prevedere tempi più lunghi di quelli che servirebbero per un’emergenza come quella che palesa la fattispecie libica. Ci sono poi casi specifici in cui le forze di peace-keeping sono state trasformate, nel corso del conflitto, in forze di peace-enforcement (letteralmente, “imposizione della pace”), vedi ad esempio le guerre in Congo, ex Jugoslavia e Somalia. Con esiti peraltro quasi sempre negativi.

In ogni caso, a questo punto, viene da chiedersi: Renzi e i suoi ministri, hanno mai letto un manuale di diritto internazionale?

Eugenio Palazzini

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