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Roma, 4 lug – Chiamarla Repubblica “Democratica” del Congo ha un sapore un po’ paradossale. Ma è proprio questa la nazione che sta, dal 2000 ad oggi, alimentando, per la maggioranza, tutti quelli che sono i nostri dispositivi elettronici. Dopo la corsa alle cave per l’oro e i diamanti, in un’epoca di ossessionata digitalizzazione, il focus si è spostato sui materiali che ci permettono di costruire e sviluppare i nostri strumenti. Tra questi, quello che ha un’importanza maggiore rispetto agli altri è sicuramente il coltan o cobalto.



Sfruttamento minorile e salario indegno

Questi sono sicuramente i due punti cardine di interesse per quanto riguarda la lavorazione nelle miniere di coltan. Il cobalto è il petrolio del futuro visto che è alla base di tutto ciò che ha una batteria. Viene utilizzato sia per batterie a ioni di litio, sia come materiale principale per la costruzione di condensatori.

La Cina fa da padrona in terra congolese di questo mercato. Si stima che il 60% della detenzione di forniture di cobalto appartengano all’estremo oriente rosso. Quasi un terzo dell’estrazione viene praticata illegalmente ed è qui che si nasconde il pericolo coloniale cinese. I cantieri che gestiscono le cave porta ricavi anche per la nazione congolese mentre, parallelamente, tutto lo scavo illegale viene acquistato a prezzi quasi 10 volte inferiori al valore reale del materiale. Lo stipendio base per poter sopravvivere (famiglia con 2 figli) si aggiri intorno ai 300 dollari mensili. Somma che garantisce almeno un pasto al giorno.

I lavoratori sfruttati nelle miniere, invece, non superano i 100 dollari al mese. Lanalisi dei materiali una volta scavati viene infatti svolta solamente dai proprietari cinesi e il costo del materiale varia in base al livello di purezza. Nel 99% dei casi, il materiale viene valutato puro all’1% ottenendo quindi il minimo come compenso. Valutazione che non ha contradditorio e quindi non può essere contestata. Questo perché, anche se lo stipendio non garantisce nemmeno un pasto al giorno, è comunque l’unico modo per poter lavorare. I congolesi sono consapevoli della loro ricchezza ma allo stesso tempo rimangono inermi quando questo bene che porterebbe grossi guadagni ai cittadini, sta invece arricchendo un’altra nazione: la Cina.

I soldi del Recovery Fund si sporcheranno anche del sangue del cobalto congolese

I minatori illegali, per poter svolgere il loro lavoro si recano ai confini dei cantieri legali, scavando grosse buche senza nessuna sicurezza. Le pareti, composte da roccia e argilla, sono estremamente friabili, senza nessun tipo di luce e sicurezza e le lavorazioni vengono effettuate con mezzi rudimentali. Quindi ogni minatore sa che andrà alla cava la mattina ma non sa se riuscirà a tornare vivo a casa dalla sua famiglia.

La domanda è destinata a crescere in modo esponenziale perché ci troviamo in un momento di svolta che porterà come principale testimone i veicoli elettrici. Con la richiesta di una quantità così imponente di cobalto aumenteranno inevitabilmente gli scavi e soprattutto lo sfruttamento di minori che, per aiutare la propria famiglia, iniziano già dai 5 anni a scavare nelle miniere.

Il Recovery Fund e la politica “green” in generale punta, tra le molte cose, su una svolta digitalizzata. In entrambi i casi il fenomeno che si sta verificando in Congo potrebbe essere un forte beneficio per la potenza cinese. La quale vede, nell’incremento dell’utilizzo di strumenti elettronici e della svolta “ecologica” dei veicoli elettrici, un incremento della domanda in modo più che triplicato. I maggiori investitori si sono fiondati già dall’inizi degli anni 2000 su questo settore business che però, non porta solo un’ipotetica e ulteriore evoluzione nel mondo occidentale, ma anche un incremento dello sfruttamento di paesi fragili come la Repubblica (poco) Democratica del Congo.

Ilario Maiolo



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