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Roma, 4 lug – Sarà per lo storico marchio tessile Lanerossi che ancora oggi da il nome alla squadra biancorossa. Sarà per il Pablito nazionale che nella stagione 1977/78 trascina a suon di gol (24) i neopromossi berici fino al secondo posto in classifica. Fatto sta che Rossi è un cognome fatidico alle sorti della Vicenza calcistica. Fondata nel 1902, questa compagine del laborioso nord-est italico, una delle più antiche società del panorama pedatorio nazionale, ha vissuto verso la fine degli anni ‘90 un biennio a dir poco sorprendente. E il gol più importante di questo ultracentenario percorso non poteva che segnarlo – per l’appunto – un Rossi.



L’indimenticabile successo

La lotteria dei calci di rigore si avvicina inesorabilmente. Il gol di Maini pareggia quello di Pecchia dell’andata e tutto il Romeo Menti si prepara a seguire in apnea la successione dei tiri dagli 11 metri. I padroni di casa sono alla ricerca del primo trofeo nazionale. Il Napoli – squadra ospite – di un trionfo che manca dai tempi di Maradona. 120 secondi dal triplice fischio della giacchetta nera Stefano Braschi, il Vicenza usufruisce di una punizione dai 25 metri. Taglialatela respinge corto il sinistro di Beghetto e sulla sfera si avventa in scivolata Maurizio Rossi, che anticipa tutti ribaltando definitivamente il vantaggio partenopeo. E’ la rete che sancisce l’assegnazione della Coppa Italia 1996/97, vittoria che Iannuzzi arrotonderà con il punto del 3-0.

Il Giro d’Europa

La coccarda tricolore porta in dote la partecipazione alla successiva Coppa delle Coppe, trofeo riservato fino al 1999 ai detentori delle varie coppe nazionali. Per i berici non è l’esordio assoluto in Europa, già assaporata ai tempi di mister Gibì Fabbri, bensì un ritorno a cui presentarsi con l’abito migliore: i giovani Coco e Ambrosini dal Milan, Baronio dalla Lazio, Di Napoli dall’Inter e soprattutto il toro di Sora Pasquale Luiso dal Piacenza. In pratica il mercato estivo regala a Guidolin una squadra pressoché autarchica (gli unici stranieri sono tre uruguayani – paese comunque dalla forte eredità italiana – ma il solo Mendez vede il campo con una certa regolarità).

Il tecnico di Castelfranco Veneto, grande appassionato di ciclismo, costruisce per l’ennesima volta una squadra gregaria, determinata e con la propensione per le “competizioni a tappe”. Parlando di motivazioni dirà: “Al mio arrivo a Vicenza trovai una squadra ben allenata e disposta ad ubbidire. Ma nessuno aveva il coraggio di alzare gli occhi. Io volevo persone vive”.

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La Coppa delle Coppe ha un programma abbastanza snello. Un turno preliminare prima dei sedicesimi che si giocano in doppia sfida, e così fino alla finale in gara unica da giocarsi per l’occasione in quel di Stoccolma. Il percorso del Vicenza, che parte dalla fredda Europa orientale, è tutto sommato pianeggiante. Non creano particolari grattacapi né i polacchi del Legia Varsavia né gli ucraini dello Shakhtar. Ai quarti il sorteggio assegna il Roda di Kerkrade (Olanda) che viene letteralmente abbattuto da un totale di 9 reti, frutto dell’1-4 esterno e del 5-0 casalingo.

Il Vicenza sconfitto solo… da altri italiani

Il 1998 è un anno di grandi speranze per le italiane d’Europa. La Juve viaggia spedita verso la finale di Champions, la Coppa Uefase la spartiscono Inter e Lazio e i veneti si giocano l’accesso all’ultimo turno della propria competizione contro il Chelsea di Zola, Di Matteo e Vialli, con quest’ultimo che da febbraio si sdoppia nel ruolo di allenatore/giocatore.

I blues si presentano al Menti da freschi vincitori della Coppa di Lega – grazie anche alla rete dell’ex centrocampista laziale – ma una magia di Zauli sotto la curva Sud (stop al volo di destro, controllo a eludere due avversari e sinistro chirurgico) ribalta ogni pronostico. A Londra due settimane più tardi si riparte quindi dal parziale di 1-0, ed è ancora Il Principe a prendersi la scena. Scucchiaiata per il toro di Sora che beffa l’imbarazzante difesa inglese, zittendo – non solo metaforicamente – Stamford Bridge. Il vantaggio delle casacche grigie dura però solo qualche minuto e, nonostante un gol annullato ai veneti per dubbio fuorigioco, l’ago della bilancia pende ancora dalla loro parte.

Se la rappresentante della perfida Albione sembra non potere nulla contro questa squadra operaia così vicina al paradisiaco traguardo, l’ingrato compito di svegliare bruscamente i vicentini tocca a due nostri connazionali: Vialli s’invola sulla destra e serve a Zola un cross che è solo da spingere alle spalle di Brivio. La rete, che ancora non basta agli inglesi, è però il tipico colpo del ko. La mazzata finale infatti non tarda ad arrivare, con la difesa biancorossa gravemente responsabile sul rinvio del portiere avversario che diventa l’assist del definitivo 3-1. Beffa nella beffa l’occasionissima fallita a quattro secondi dalla fine.

Una favola, la cavalcata del Vicenza in Europa, senza il lieto fine per i berici. Non per i colori italiani però. Sarà infatti il Chelsea ad alzare la coppa, battendo lo Stoccarda grazie alla marcatura di Gianfranco Zola. Per capire quale direzione prendere in un futuro sempre più prossimo, dobbiamo essere consci di quello che siamo stati in passato. Quando non vinceva l’Italia, per lo meno vincevano gli italiani. È una questione di volontà: solo così possiamo tornare potenza, anche calcisticamente.

Marco Battistini



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