Il Primato Nazionale mensile in edicola

Washington, 14 gen – “Un missile balistico si sta dirigendo verso l’arcipelago, mettetevi immediatamente al riparo. Questa non è una esercitazione“. Questo è il messaggio arrivato sui cellulari degli hawaiani ieri 13 Gennaio 2018, mandato direttamente dalla “Hawaii Emergency Management Agency”: quindi non un fake, quanto piuttosto un errore.
La rettifica è arrivata 38 minuti dopo dal Dipartimento della Polizia di Honolulu in cui si invitava la popolazione alla calma, indicando in un errore umano la causa dell’incidente. Tuttavia in quei 38 minuti sull’arcipelago, abituato a mesi di allarmismo legato al pericolo dei missili Nordcoreani, si è scatenato il caos: trasmissioni televisive interrotte, auto abbandonate sulle strade, gente alla ricerca del “rifugio con acqua corrente più vicino”, migliaia di messaggi sui social per contattare amici e parenti.
Come è potuto accadere? Il Governatore delle Hawaii, il Democratico Donald Ige ha affermato che “qualcuno ha premuto il bottone sbagliato”. Si parla di errori accaduti tra un cambio turno e l’altro, forse distrazione.
Esiste ovviamente un’altra versione altrettanto credibile rispetto a quella ufficiale: potrebbe essersi trattato di un attacco hacker? Non sembra totalmente credibile che una procedura di emergenza del genere, che dovrebbe avere protocolli almeno un minimo complessi e un certo grado di ridondanza per divenire operativa, possa essere stata attivata dall’errore di un singolo impiegato.
Solo pochi mesi fa, il 21 settembre 2017, moltissimi membri delle forze armate Usa e del personale civile americano dislocate in Corea del Sud ricevettero un messaggio di smobilitazione generale e l’ordine di prepararsi ad abbandonare la zona. Un messaggio che, anche se ricevuto tramite canali ufficiali, era un falso: di fatto una operazione di guerra informatica apparentemente opera della Corea del Nord. Si trattò di un fatto che, anche se minimizzato sui media, in realtà sconvolse abbastanza la comunità dell’intelligence americana: mostrava la capacità coreana di concepire operazioni di intelligence molto complesse, di ottenere informazioni da più fonti classificate (e quindi di avere diversi accessi riservati), di elaborarle in modo corretto (l’uso degli strumenti, delle procedure Usa, il fatto che il messaggio fosse stato ritenuto credibile da chi lo aveva ricevuto) e aveva messo in enorme imbarazzo Washington. Una situazione che, secondo alcuni, potrebbe essersi ripetuta in questi giorni e al quale gli Usa hanno cercato di rispondere in maniera diversa.
Guido Taietti

La tua mail per essere sempre aggiornato

Commenta