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Londra, 29 set – L’immigrazione incontrollata è una fucina di grandi successi. Spesso ci troviamo faccia a faccia con le ricadute sulla sicurezza e sull’economia di questa risorsa apparentemente infinita, dimenticando di prendere in considerazione un’altra seria conseguenza del fenomeno: la presenza di nuove malattie sul suolo europeo.
È di questi giorni una notizia che arriva dal Regno Unito, e più precisamente da Blackpool, dove si conta il terzo caso di contagio da “monkeypox”.
Questa rara malattia virale, da noi denominata “vaiolo delle scimmie” – perché causata da un agente eziologico simile a quello del vaiolo e appunto perché diffusa tra le scimmie autoctone dell’Africa centrale ed occidentale – è una patologia che nell’uomo di solito si rivela non grave, con un decorso naturale che porta dai primi sintomi alla scomparsa degli stessi in circa tre settimane. Il virus si diffonde attraverso il contatto ravvicinato e ha un tempo di incubazione di 16 giorni prima della comparsa dei primi sintomi, che includono febbre, intenso mal di testa, gonfiore dei linfonodi, mal di schiena, dolori muscolari e eruzioni cutanee che si trasformano in dolorose vesciche. Identificato la prima volta nell’uomo nel 1970 nell’ex Congo belga, appartiene allo stesso ceppo virale del più pericoloso vaiolo: il patogeno si è probabilmente scatenato tra i roditori e si è poi diffuso tra le scimmie, per passare infine agli esseri umani.
L’ultimo malato accertato è un operatore sanitario che ha quasi sicuramente contratto il virus venendo in contatto con i primi due pazienti, ricoverati nel medesimo ospedale. Una volta avuta la conferma del contagio da monkeypox, l’uomo è stato trasferito dal Blackpool Victoria Hospital alla Royal Victoria Infirmary di Newcastle per essere messo in quarantena: un isolamento precauzionale, volto a prevenire la diffusione del virus. Il primo caso accertato in Gran Bretagna risale al 10 settembre scorso: si tratta di un cittadino nigeriano di rientro nel Regno Unito dal proprio Paese di origine. Il secondo è un cittadino inglese che di recente era stato in viaggio in Nigeria: il Paese africano fu teatro della più grande epidemia di monkeypox, nel 2017, dove le persone infettate furono 172. Curiosamente, il 75% dei contagiati furono maschi di giovane età, tra i 21 e i 40 anni, una categoria di solito più resistente delle altre alle infezioni virali. ​
L’OMS stima un tasso di mortalità della malattia del 10%, ma va aggiunto le statistiche sono state rilevate in Paesi dalle scarse condizioni igienico-sanitarie, cosa che porta a un incremento dei casi letali. L’agenzia della sanità pubblica inglese (Public Health England, PHE) ha dichiarato di essere sulle tracce di tutte le persone che hanno condiviso il volo con le persone contagiate, ma ha anche diffuso una nota per rassicurare la popolazione su quella che viene definita “una condizione lieve che si risolve da sola e non ha effetti a lungo termine sulla salute di una persona.”
Qualunque sia la verità, una specie di influenza o una pericolosa malattia infettiva, le foto degli effetti della monkeypox stanno facendo il giro del web, e sono tutt’altro che rassicuranti. Ma forse, come qualcuno scrisse in un articolo pubblicato su Left un anno fa: “Non solo la nostra economia, ma anche il nostro sistema immunitario ha bisogno dell’apporto dei migranti.” Anche se gli “effetti indesiderati” si fanno sempre più comuni in entrambi i campi.
Alice Battaglia

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