Berlino, 28 dic – Pegida è l’acronimo di Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes, ossia i «patrioti europei contro l’islamizzazione dell’Occidente», un’associazione spontanea di cittadini più o meno simile alla Manif pour tous francese. A spingere la gente nelle piazze a protestare, tuttavia, non è la legge sui matrimoni omosessuali, bensì l’immigrazione di massa, in particolare musulmana. Pegida, ora organizzata e coordinata dal portavoce Lutz Bachmann, ha il suo epicentro nella Germania orientale, più precisamente a Dresda. Se all’inizio d’ottobre i manifestanti non superavano le 300 unità, nell’ultima riunione di piazza del 22 dicembre la capitale sassone ha visto sfilare ben 17.500 persone, registrando una crescita esponenziale e la diffusione della protesta in altre città tedesche.

Demonstration-gegen-Islamisierung-DresdenSe le cifre possono sembrare a prima vista trascurabili, soprattutto se rapportate a quelle «oceaniche» di Parigi e, in parte, di Milano, si tratta nondimeno di numeri da non sottovalutare. In Germania, infatti, non si vedevano tante persone in piazza almeno dal 1989, allorché i cittadini di entrambe le Germanie affollarono le strade per chiedere a viva voce la caduta del muro berlinese e l’unità della patria germanica. Se a ciò aggiungiamo la tendenziale ritrosia dei tedeschi a scendere in piazza e il consenso crescente della protesta, è facile rilevare che qui non abbiamo a che fare con un fuoco di paglia, bensì con una rabbia genuina di tutto un popolo contro la sua classe dirigente, colpevole di aver attuato politiche immigratorie catastrofiche.

Gli analisti tedeschi si sono presto divisi sull’interpretazione del fenomeno. Alcuni individuano il nucleo pulsante delle proteste nel ceto medio impoverito, altri lanciano invece la consueta accusa di populismo, fino ad arrivare alle immancabili tesi cospirazioniste sulle manifestazioni occultamente orchestrate dai «neonazisti». Inutile specificare che tutto ciò non ha finora trovato riscontro. Ad ogni modo, si sono schierati contro Pegida tutti i grandi mezzi d’informazione così come i partiti politici, se si fa eccezione del timido appoggio di Alternative für Deutschland (AfD). Vista la grande partecipazione e la risonanza dell’evento, inoltre, anche la Merkel e il Presidente della Repubblica Joachim Gauck si sono pronunciati sulla questione, naturalmente mettendo in guardia la nazione dalla diffusione di sentimenti «xenofobici e razzisti».

Ma che cos’è in realtà Pegida e che cosa vuole? Ebbene, quel che è certo è che si tratta di un movimento spontaneo di «normalissimi» cittadini del ceto medio di confessione cristiana, efficacemente coordinati tramite facebook, i quali si sono ribellati al lassismo delle politiche immigratorie e alla facilità disarmante con cui in Germania è possibile ottenere il diritto d’asilo. Non solo: la protesta è rivolta soprattutto contro una parte degli immigrati islamici, quella salafita, che si è organizzata in maniera militante, mettendo a rischio l’«identità giudaico-cristiana della Germania». La militanza di questi giovani islamici, del resto, aveva già un paio di mesi fa scatenato un vespaio di polemiche allorché, nella cittadina di Wuppertal nella Renania Settentrionale-Vestfalia, era stata addirittura creata una «Polizia della Sharia». Si trattava in sostanza di giovani salafiti in uniforme catarifrangente che si aggiravano per la città esortando le persone (anche di fede non musulmana) a non consumare alcolici, ballare in discoteca, ascoltare musica, ecc., mentre le donne venivano incoraggiate a portare il velo.

Bachmann
Lutz Bachmann, fondatore e coordinatore di Pegida

In ogni caso, se la protesta è rivolta contro queste aberrazioni, pare difficile parlare di islamofobia tout court, dal momento che i manifestanti si sono espressi per la libertà di religione e sono addirittura sostenuti da alcuni musulmani «integrati» e «moderati». Anche l’accusa di xenofobia è fortemente ridimensionata dal documento ufficiale di Pegida, nel quale è scritto che i tedeschi hanno il dovere dell’accoglienza come «dovere umanitario e cristiano», laddove sono solo avversate l’immigrazione di massa e le regole per l’ottenimento dello status di rifugiati.

Tuttavia, il movimento sta inquietando i grandi media e la classe dirigente della Repubblica federale proprio perché le proteste sembrano effettivamente più profonde rispetto a queste richieste tutto sommato contingenti. Si tratterebbe cioè di un fortissimo atto di accusa contro tutta l’élite tedesca, incurante del proprio popolo in tempi in cui la crisi economica, nonostante tutto, comincia a farsi sentire anche in Germania. Il portavoce Bachmann, ad esempio, ha tuonato in un comizio contro la dissennatezza dei politici che offrono appartamenti confortevoli alle foltissime schiere di «rifugiati», laddove molti pensionati tedeschi, sulla soglia della povertà, si ritrovano a vivere in abitazioni prive di riscaldamento. Insomma, se dopo la Francia e l’Italia la protesta contro le classi dirigenti europee ed europeiste è arrivata anche nella «ricca» (?) Germania, è evidente che la misura è oramai veramente colma.

Valerio Benedetti

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