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Roma, 5 mar – Giornate di sangue in Myanmar. I cecchini delle forze golpiste hanno aperto il fuoco sui manifestanti anti golpe colpendo deliberatamente i civili. Restano a terra quasi quaranta persone tra cui alcuni giovanissimi, come la 19enne “Angel” Deng Jia Xi, raggiunta al collo da un proiettile e morta tra le braccia dei soccorritori. Icona in erba della protesta birmana, con la sua maglietta con su scritto “andrà tutto bene”, aveva mandato un messaggio a una amico dicendo “potrebbe essere l’ultima volta”.



Myanmar, violenta repressione

Gli stessi soccorritori e le organizzazioni di assistenza sociale che forniscono servizi umanitari ai manifestanti sono stati attaccati e arrestati dal regime militare.
A riferirlo è U Hla Kyaing, presidente dell’organizzazione di beneficenza Mon Myat Sate Htar che denuncia l’arresto di quattro dei suoi operatori sanitari a Yangon. “È una situazione davvero deprimente. Sono stati arrestati mentre si recavano per assistere altri pazienti feriti; stavano cercando di inviarli alle cliniche per ricevere un trattamento tempestivo”. Alcuni filmati mostrerebbero il momento dell’arresto e la polizia che prende a calci le teste dei membri dell’equipe e li picchia con il calcio dei fucili. Persino l’ambulanza che i membri della associazione stavano usando è stata distrutta dalla polizia.

Quegli agenti che non ci stanno

A seguito della recente escalation di violenza contro i manifestanti anti golpe, più di 100 agenti di polizia si sono uniti al Movimento di disobbedienza civile (CDM). Il colonnello della polizia Tin Min Tun, 54 anni, del dipartimento di polizia di Yangon, ha annunciato in un videomessaggio che avrebbe aderito al CDM. Si tratterebbe dell’ufficiale di polizia di grado più alto ad aderire al movimento fino ad oggi. Con oltre 31 anni di servizio ha dichiarato di non voler “servire il regime militare” e ha stigmatizzato l’uso improprio della forza di polizia usata dal regime per reprimere i manifestanti. Il giovane cadetto della polizia, Kyaw Lin Oo, che ha terminato la sua formazione in polizia nell’agosto 2018, ha scritto sulla sua pagina Facebook che si sarebbe pentito della scelta e di sentirsi più “leale alla gente piuttosto che alle forze di polizia”.

Le timide reazioni dell’Asean

Se questa è la situazione sul terreno, a livello regionale – dopo la seduta dell’Asean (l’Associazione di coordinamento dei paesi del sud est asiatico) – va registrato un timido approccio alla questione birmana. Se le Filippine, iniziali fautori della linea garantista della non ingerenza, cominciano ora a emettere qualche vagito di disappunto. Restano invece “muti” il Laos, il Vietnam e la Cambogia forse in imbarazzo per uno scenario politico, quello birmano, che potrebbe suscitare delle riflessioni interne sulla conduzione domestica della cosa politica ancora principalmente organizzata attorno a sistemi a partito unico o con gravi deficienze in termini di diritti umani. Vietnam e Laos hanno comunque invitato le parti coinvolte ad astenersi ed evitare tutte le attività violente, garantire la sicurezza pubblica e organizzare il dialogo il prima possibile.

Singapore, sponsor principale delle “linea equilibrista” tra Usa e Cina, ha esortato i partner esterni dell’ASEAN “a non imporre sanzioni economiche di ampia portata che danneggerebbero la gente comune del Myanmar”.

Dalla “svolta democratica” del Myanmar un decennio fa, la Thailandia ha costruito ottimi legami sia con il Tatmadaw che con il partito al governo, la Lega nazionale per la democrazia. Nella riunione di martedì, il vice primo ministro e ministro degli esteri Don Pramudwinai ha dichiarato che la Thailandia lavora per una soluzione negoziata pacifica e sostenibile in Myanmar. “L’approccio e la mentalità del ‘chi vince prende tutto’ non è un’opzione risolutiva. La storia del Myanmar dovrebbe essere ascoltata e il benessere dei 54 milioni di cittadini del Myanmar dovrebbe essere il principio guida di fondo”. Come dire la salute pubblica è la legge suprema. Ma questo i colonnelli birmani già lo sanno.

Alberto Palladino



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