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Roma, 21 mar – Uno dei paradossi della Nigeria è che, pur essendo un importante produttore di petrolio, importa una buona parte dei carburanti che utilizza quotidianamente. Ciò è dovuto alla carenza di infrastrutture strategiche in tal senso, a partire dalla mancanza di raffinerie. Una circostanza che ha dei costi economici non indifferenti: ogni anno spende 7 miliardi di dollari di valuta pregiata per importare ciò che potrebbe produrre in loco. Con conseguenze che si ripercuotono a cascata. Questo drenaggio di risorse rende impossibile alle imprese procurarsi esempio pezzi di ricambio (per i quali devono ricorrere all’import, che si paga in valuta straniera) per poter operare.



La nuova raffineria della Nigeria: per l’Fmi è un “elisir”

La situazione, sul medio periodo, rischia di diventare insostenibile. Per questo il governo punta sulla raffineria in costruzione da parte del miliardario Aliko Dangote. Un progetto dal valore di 15 miliardi di dollari che non solo permetterà alla Nigeria di produrre tutti i carburanti che consuma, ma anche di esportarne in altre nazioni.

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Rispetto alle originarie previsioni che la davano operativa già verso la fine di quest’anno, la raffineria dovrebbe entrare in funzione nel 2022. A regime lavorerà 650mila barili di petrolio al giorno. Includendo anche un processore per il gas e un impianto per sintetizzare ammoniaca e urea, quest’ultima necessaria per produrre fertilizzanti.

Il progetto è, ad oggi, uno dei più grandi non solo della Nigeria, ma dell’intera Africa. Tanto da aver attirato l’attenzione dei più importanti operatori finanziari mondiali. Il Fondo monetario internazionale è arrivato addirittura a definirla un “elisir” per risolvere i problemi economici di Abuja, migliorando la sua bilancia commerciale per almeno 7 miliardi l’anno. Ciò consentirà alla repubblica federale di accelerare sulla crescita e lo sviluppo. Ancora più ottimistiche le previsioni di Renaissance Capital, che sottolinea come la raffineria avrà un impatto positivo pari a qualcosa come 13 miliardi di dollari. Vale a dire oltre il 2% del Pil.

Giuseppe De Santis

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