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Tokyo, 13 giu – L’impermeabilità della società nipponica ai dettami del pensiero unico è ormai proverbiale. Così la campagna per i diritti delle donne lavoratrici #KuToo, “figlia” di una costola del ben più noto #Metoo, è scoppiata come una bolla di sapone a pochi mesi dal suo lancio. Il #Kutoo mette al centro della protesta l’obbligo (non scritto, ma comunque vigente) per le donne giapponesi di indossare tacchi alti sulla maggioranza dei posti di lavoro. Si tratta di un gioco di parole tra il celebre hashtag simbolo della lotta alle molestie sessuali, e fra kutsu, (scarpe), e kutsuu, (dolore).

La pasionaria anti tacchi

La “madrina” della protesta è l’attrice e scrittrice Yumi Ishikawa, che a fine gennaio ha invocato a gran voce una legge che impedisca ai datori di lavoro di imporre il rigido dress code – comprendente i tacchi alti – spesso richiesto alle dipendenti. Per la Ishikawa si tratterebbe di discriminazione sessuale: le donne con problemi fisici a schiena e gambe, impossibilitate ad indossare i tacchi, non riuscirebbero così spesso a tenersi il lavoro, se non al prezzo di una grande sofferenza fisica. Ma qualche giorno fa il ministro del Lavoro nipponico, Takumi Nemoto, ha tagliato la testa al toro: “Non c’è alcuna regola scritta, e se le aziende lo richiedono allora i tacchi sono necessari”.

Pratica necessaria

A questo punto la Ishikawa ha aperto una petizione online e l’ha sottoposta a Nemoto, la cui risposta è arrivata puntuale: dal momento che non esiste alcuna legge che costringe le donne a indossare i tacchi sul posto di lavoro, il ministero del Lavoro non promulgherà alcuna legge che vieti l’obbligo dei tacchi. Il ministro ha aggiunto che è “normale e accettato dalla società che le donne indossino tacchi sul posto del lavoro, è una pratica necessaria e appropriata”. Alle donne giapponesi non resta che armarsi di cerotti, solette e plantarini e tanta rassegnazione.

Cristina Gauri

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