scaleaRoma, 9 ott – Il Nobel per la Pace 2015 è andato al “National Dialogue Quartet” tunisino, ovvero ai rappresentanti del sindacato generale tunisino, la confederazione industriale e del commercio, la lega dei diritti umani e l’ordine degli avvocati. “È una scelta autoconsolatoria”, spiega Daniele Scalea, direttore generale dell’Isag (Istituto di alti studi in geopolitica) e autore di Capire le rivolte arabe, uscito quando le rivolte nel Nordafrica erano ancora “cade”.

Scalea, cosa rappresenta il premio al Quartetto? È un elogio delle “primavere arabe”?

In realtà il Quartetto ci pone in una situazione già post-“primavera”. Dopo le rivolte, infatti, nel Paese nordafricano andò al potere Ennahda, un partito omologo a quello dei Fratelli musulmani. Diversi leader di sinistra furono uccisi e nelle moschee si cominciavano a fare discorsi molto infuocati. Il Quartetto fa parte di alcune forze della società civile che crearono un governo di unità nazionale e portarono il Paese verso le elezioni.

Quindi si tratta di una situazione che ha poco a che fare con la “primavera tunisina” e anzi ne ha in parte dovuto combattere gli effetti?

Di tutti i Paesi investiti dalle cosiddette “primavere arabe”, solo solo in Tunisia si è arrivati a una forma di democrazia più o meno stabile. Forse, dal punto di vista di chi ha conferito il premio, celebrare proprio loro ha un che di autoconsolatorio: significa dire che la normalità è questa, sono gli altri le eccezioni. Come dire che se la realtà delle “primavere arabe” non ci piace, è sbagliata la realtà…

Anche in Tunisia, del resto, la “rivoluzione” ha lasciato strascichi. Gli islamisti non saranno più al governo, ma in seguito alla “primavera” hanno conquistato vaste parti della nazione…

Diciamo che rispetto alla situazione pre-“primavera”, oggi la Tunisia sta meglio da un punto di vista delle libertà, ma sta decisamente peggio dal punto di vista della sicurezza. In intere regioni del Paese lo Stato è pressoché assente. Al confine con l’Algeria c’è la guerriglia e si tratta di una zona disabitata e occupata militarmente, in cui di fatto è impossibile accedere. Nella parte sud ci sono tanti libici quanti sono i tuinisini, comandano le milizie e c’è un grande problema di fondamentalismo religioso. La Tunisia è il Paese che, in rapporto ai suoi abitanti, ha fornito più foreign fighters jihadisti alla Siria.

L’anno scorso qualcuno propose come vincitore del Nobel per la Pace Putin. Fu preso per matto. Non è che questo riconoscimento tende a privilegiare la forma alla sostanza?

Ci sono due aspetti. Uno riguarda il fatto che la realpolitik non piace. Quindi chi opera in modo sostanziale è meno importante di un Obama appena insediato, che non ha ancora fatto nulla, ma ha rilasciato delle dichiarazioni in linea con il pensiero dominante. Secondo: il Nobel è sempre espressione di una parte precisa del mondo, che per comodità chiameremo “Occidente”. Quando vince un non occidentale è sempre qualcuno che spinge per l’occidentalizzazione del suo Paese.

Cosa pensa del Nobel per la Letteratura alla scrittrice anti-putiniana Svetlana Aleksievic?

Non potendo premiare il solito dissidente iraniano a causa dell’accordo con gli Usa sul nucleare, era ovvio che premiassero qualche oppositore di Putin…

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