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Non è solo questione di Covid: cosa c’è dietro le rivolte in Cina

by Eugenio Palazzini
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cina rivolte

Roma, 28 nov – Da qualche giorno in Cina è esplosa la rabbia dei cittadini contro le restrizioni anti Covid attuate dal governo. Le proteste, più o meno consistenti, proseguono in diverse grandi città della Repubblica popolare. E’ senz’altro evidente che la cosiddetta politica “Zero Covid” attuata dalle autorità di Pechino viene ormai percepita dalla popolazione come insopportabile, inutile, al limite del surreale.

Una percezione aggravata dall’economia, in picchiata per la prima volta dopo tre decenni di continua crescita. La proverbiale, quanto rituale, concezione dello Stato come una grande famiglia scricchiola oggi di fronte all’eccesso repressivo. E’ come se stesse venendo meno l’antico codice prestabilito che regola i rapporti tra signori e vassalli, tra padri e figli. Una mutazione improvvisa nel sentire i diritti-doveri dei singoli, incarnato nella sopportazione silente della propria condizione sociale. Un sistema oliato nei secoli che la Cina ha saputo preservare sottotraccia anche con lo stravolgimento maoista e che è tornato al centro dell’agenda politica con l’accelerazione turbo-capitalista. Sono però diversi i fattori che hanno contribuito a rompere, almeno in apparenza, l’incantesimo secolare dell’accettazione confuciana.

Non è solo Covid, le cause delle rivolte in Cina

L’espansione economica ha generato in Cina un ceto medio inesistente fino ai primi anni Novanta, ha accelerato lo sviluppo della tecnologia, ha aperto al mondo una popolazione fino ad allora imprigionata in una gabbia avvolta dal torpore. Prova ne siano lo sconcerto per le immagini, censurate dalla tv pubblica cinese, dei tifosi senza mascherine negli stadi del Qatar. Potremmo azzardare, di conseguenza, un’ipotesi: se le misure repressive per azzerare i contagi fossero state attuate trent’anni fa, i cittadini cinesi non avrebbero battuto ciglio. Certo, c’è sempre il fattore durata, perché un conto è sopportare per mesi, un altro accettare tacitamente una reclusione di quasi tre anni. Ma non è tutto, perché a ben sfruculiare spunta fuori la lanterna rossa che ci mostra una Cina meno granitica di quanto si pensi.

Le prime ribellioni rilevanti degli ultimi giorni, contro la politica “Zero Covid”, si sono verificate nell’area storicamente più inquieta: l’islamico Xinjiang. Dopo l’incendio scoppiato la scorsa settimana in un edificio di Urumqi, megalopoli con una popolazione di oltre due milioni di abitanti, nonché capitale della regione autonoma dello Xinjiang, è scoppiata la rivolta. I manifestanti hanno sventolato fogli bianchi, gridando slogan contro il nuovo lockdown che va avanti ininterrotto da tre mesi.

L’ipercontrollo non supera la prova del tempo

A scatenare la rabbia sono stati il ritardo nei soccorsi e la conseguente mobilitazione sui social: proprio le misure repressive, sostiene chi protesta, hanno ostacolato i soccorsi, rendendo molto difficile la fuga dei residenti dell’edificio in preda alle fiamme. Alcuni abitanti, fuggendo, temevano di subire pesanti conseguenze: avrebbero infatti violato il lockdown. Di qui l’attesa, nefasta. Di qui le proteste nelle altre megalopoli cinesi. Di qui l’acquisizione di consapevolezza: l’ipercontrollo non s’ha da fare, nemmeno nello Stato che più somiglia alla perfetta incarnazione di un orwelliano Grande Fratello. L’uomo resta uomo, e prima o poi torna a respirare.

Eugenio Palazzini

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