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Roma, 26 gen – L’ascesa dell’Africa orientale come centro logistico della Nuova via della Seta non sorprende, vista la sua vicinanza geografica al Medio Oriente e all’Europa. Inoltre, la recente scoperta di giacimenti di petrolio e gas intorno alla costa africana orientale fa sì che il modello di estrazione delle risorse della Cina in Africa sarà sicuramente rafforzato una volta che le rotte di OBOR  (One Belt One Road) saranno messe in atto. A Gibuti, la costruzione del porto ma soprattutto l’apertura della prima base militare straniera dell’Esercito di Liberazione del Popolo (nel 2017) sono tutti segni di sviluppo di una strategia globale della Cina sul continente africano. Questa presenza militare nello stretto di Bab el-Mandeb permette a Pechino di garantire la componente marittima del progetto OBOR, comprese le sue importazioni di idrocarburi che rimangono il problema principale in termini di dipendenza strategica. Così lo stretto di Bab el-Mandeb è centrale sia  perché è il quarto più grande corridoio marittimo in termini di approvvigionamento energetico, ma anche perché rappresenta il passaggio obbligato per il corridoio del Canale di Suez in cui la Cina è ora il più grande investitore.

Ma con l’aumento della componente marittima della Via della Seta, la Cina non si accontenta più solo di investire in infrastrutture locali, ma cerca anche di sviluppare corridoi di trasporto intermodali per collegare e integrare i diversi territori e gli Stati africani. Questi sono già iniziati con la costruzione della linea ferroviaria cinese in Kenya, la Standard Gauge Railway (SGR) che collega Mombasa, il più grande porto dell’Africa orientale, a Nairobi, la capitale. Una volta completato, l’intera rete collegherà la Repubblica Democratica del Congo, l’Uganda, il Ruanda, il Burundi, il Sud Sudan e l’Etiopia. Ciò dimostra che la rotta marittima del gigantesco progetto cinese non sarà soddisfatta semplicemente con la costa orientale dell’Africa. In definitiva, si può immaginare che la costa nordafricana, centrale e occidentale dovrebbe anche essere incluso nella nuova strada come dimostra il recente accordo tra il Marocco e Cina. Il nuovo corridoio che va dal Golfo di Guinea al porto di Tangeri in Marocco è oggetto del massimo interesse per Pechino perché costituisce una componente essenziale del commercio sino-africano.

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Pertanto, vi sono forti ragioni per ritenere che la Cina stia già progettando di collegare i porti dell’Africa orientale con quelli dell’Africa occidentale attraverso infrastrutture ferroviarie. Questa rete, se sarà completata, non sarebbe storicamente senza precedenti dal momento che collegherebbe l’Oceano Indiano all’Oceano Atlantico. La Cina ha già espresso la volontà di collegare i centri regionali l’uno con l’altro quando ha sostenuto il piano di sviluppo interno dell’Africa come stabilito nell’Agenda 20 AU. Esiste insomma una chiare sinergie tra il progetto Cina-Africa, che esiste da cinquant’anni e questa nuova iniziativa, che promuove una maggiore connettività tra il continente nero e la Cina.

Per il momento, la maggior parte degli stati africani è sembrata piuttosto favorevole alla cosiddetta strategia “vincente” di Pechino anche se molti si rifiutano di aprire gli occhi sulla sua vera controparte. È ovvio che la Cina non si accontenta di “dare” infrastrutture o di cancellare i debiti dei paesi africani. Dietro l’apparente “soft power” della sua politica africana, la Cina sta perseguendo una vera politica offensiva e territoriale sull’Africa, come dimostra la sua politica espansionistica di acquisto di terreni agricoli. Allo stesso modo, Shanghai ha posto in essere una vera e propria operazione di propaganda con i media africani per trasmettere “il sogno cinese” come dimostra l’esempio del suo gruppo audiovisivo StarTimes che cerca di assicurarsi il monopolio della TDT in Africa. Il gruppo è già presente in 18 paesi del continente con trenta canali e oltre 30mila ore di programmi. Anche RCI (Radio China International) ha creato la prima struttura di trasmissioni in FM in Africa nel gennaio 2006. L’esempio più eclatante della realtà delle intenzioni cinesi rimane il caso dello spionaggio riguardante gli edifici dell’Unione africana. Il finanziamento e la costruzione sono stati “offerti” dalla Cina nel 2012, ma è stato appena scoperto che l’intero contenuto dei suoi server è stato trasferito direttamente al Partito Comunista Cinese negli ultimi cinque anni. Questo è il motivo per cui gli stati e i leader africani dovrebbero prendere seriamente in considerazione il prezzo effettivo da pagare per le donazioni cinesi e per gli investimenti esteri diretti.

Ancora una volta dobbiamo insistere sul fatto che la la nuova Via della Seta, è prima di tutto, una vera e propria  implementazione delle capacità di proiezione di potenza della Cina. Grazie ad essa la Cina mira a trasformare lo spazio africano in uno strumento di proiezione di potenza approfittando sia del declino degli USA sia dello squilibrio di potere con l fu Celeste Impero.

Giuseppe Gagliano

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