Roma, 29 set – Mentre l’Europa affronta una crisi senza precedenti sui prezzi del gas e la misteriosa esplosione del gasdotto North Stream torna ad infuocare lo scenario geopolitico nazionale, in queste ore anche Israele e Libano si stanno contendendo i giacimenti nelle zone di confine. I due stati hanno raggiunto una fase vitale nei colloqui indiretti sui giacimenti di gas naturale nel territorio offshore conteso. Al centro della nuova disputa tra i due paesi ci sono i diritti di esplorazione energetica per i giacimenti di Karish e parte di Qana, lungo la costa mediorientale del Mare Mediterraneo. Israele e Libano hanno però alle spalle una lunga storia di guerre, culminata con l’invasione israeliana del Libano durante la guerra civile di del 1982. Nel 2006, poi, un’incursione transfrontaliera di Hezbollah, aveva innescato un intero mese di duri combattimenti. Ma, passateci il termine, in ogni momento “ogni scusa è buona” per i due contendenti al fine di scontrarsi. Ne sono riprova i continui bombardamenti israeliani sui territori arabi, oppure i missili indirizzati ai “nemici sionisti” dalle postazioni Hezbollah. Oggi, con questa nuova disputa legata all’estrazione di gas naturale lungo la costa, la pace tra libanesi e israeliani sembra ancora più lontana.

La contesa tra Libano e Israele

Israele sostiene che Karish si trova pienamente nelle sue acque, riconosciute a livello internazionale. Dal canto suo, il governo libanese sostiene invece che il grande giacimento di gas naturale ricade all’interno del suo territorio, o almeno in parte. Lo scorso luglio, una nave di produzione e stoccaggio della compagnia britannica Energean stava galleggiando sopra Karish. Venne intercettata da tre droni di ricognizione (disarmati) di Hezbollah, prontamente abbattuti dall’esercito israeliano, forte delle stesse motivazioni a difesa dei confini marittimi. Ora dovrebbero iniziare i lavori preliminari israeliani per l’estrazione del gas. Mossa questa, che il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah ha definito una “linea rossa” invalicabile senza gravi conseguenze. In tutta risposta, il ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz, ha avvertito Nasrallah che per qualsiasi attacco “il prezzo sarà il Libano”. Toni molto forti ai quali i due stati perennemente in guerra tra loro dovrebbero averci ormai abituati, certo; ma visto lo scenario geopolitico che si sta snodando tra oriente e occidente oggi, simili dichiarazioni non fanno presagire nulla di buono.

Israele mercanteggia con l’Ue, mentre il Libano lotta per sopravvivere

Dopo il blocco russo alle forniture occidentali, l’estrazione di gas naturale da Karish fa oggi parte del piano israeliano legato all’esportazione di gas nell’Unione Europea. Oggi Israele mira dunque a fornire almeno il 10% di ciò che la Russia forniva all’Europa prima dell’invasione dell’Ucraina. Paralizzato da una grave crisi energetica ed economica, però, il Libano spera disperatamente di trovare giacimenti di gas naturale a Qana, nella zona che si estende a ridosso dei confini tra i due paesi. Per i libanesi, infatti, la scoperta di nuove risorse energetiche potrebbe riuscire a salvare la nazione da un fatale collasso economico, riuscendo forse, a sua volta, a tornare appetibile sul mercato internazionale. I negoziati indiretti tra Israele e Libano sui preziosi giacimenti marittimi di gas naturale, iniziarono ben dieci anni fa, esattamente subito dopo la scoperta degli stessi.

La corsa elettorale

Se in Italia le elezioni si sono appena svolte, un altro problema che sorge dall’accordo tra i due paesi rivali è sicuramente quello della politica interna. Sul piano della propaganda, infatti, i due leader stanno correndo in una campagna elettorale ormai giunta agli sgoccioli e che in questa questione potrebbe trovare vittoria o morte. Il libanese Michel Aoun lascerà dunque l’incarico il 31 ottobre, mentre il primo ministro israeliano, Yair Lapid, dovrà affrontare le elezioni parlamentari il 1° novembre. Se in Italia però la campagna elettorale è stata, ancora una volta, noiosa e ripetitiva, in Medioriente, quantomeno, sembrerebbe essere molto ma molto più vivace.

La rivendicazione dei confini marittimi

Lo scorso lunedì, l’ufficio del presidente libanese Michel Aoun ha dichiarato su Twitter che “entro la fine della settimana, si aspetta un’offerta scritta riguardante la demarcazione di un confine marittimo con Israele”. Se questo avvenisse veramente, senza dubbio segnerebbe un passo molto importante nella diplomazia tra i due paesi mediorientali. Ancora una volta, però, in mezzo ai due contendenti sono arrivati gli americani indossando la casacca da improbabili arbitri. Il mediatore americano Amos Hochstein, starebbe infatti continuando il suo lavoro per portare a termine le discussioni sui confini marittimi. “Continuiamo a ridurre i divari tra le parti e riteniamo possibile un compromesso duraturo”, ha affermato il funzionario. L’offerta sul tavolo delle trattative prevede che il Libano sposti la sua rivendicazione di confine dalla parte settentrionale di Karish e, in cambio, gli sia permesso di prendere il controllo di Qana. Vista così, potrebbe sicuramente sembrare un offerta vantaggiosa per il popolo dei cedri; il problema però, è che i patrioti libanesi non sono certo disposti a regalare pezzi di terra o di mare ad uno stato che, a loro dire, “non esiste”. Altra questione, poi, è la parola stessa degli israeliani di cui, per Beirut, non ci si può certo fidare visti anche i sanguinosi precedenti. In futuro, infatti, se lo sfruttamento del gas si rivelasse fattibile è possibile che Israele possa arrivare a chiedere quote sui profitti libanesi di Qana.

Andrea Bonazza

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