Budapest, 29 ott – La Open Society di George Soros è di nuovo nel mirino di Viktor Orban. Il primo ministro ungherese ha ordinato alla sua stessa intelligence di tenere sotto controllo l’impero del magnate americano. Il premier magiaro teme che il finanziere (tramite le fondazioni della rete Open Society) voglia influenzare le elezioni ungheresi che si terranno nel 2018. Ad animare il governo di Budapest non ci sono però solo beghe elettorali ma la difesa della stessa identità europea. Vediamo perché. L’obiettivo politico della Open Society Foundation, è quello di “Far accettare agli europei i migranti e la scomparsa delle frontiere”, (così titolava un progetto della sua stessa Fondazione). Per raggiungere questo obiettivo basterebbe negli Stati europei un milione di migranti l’anno. Nessuna cospirazione ma solo un disegno politico preciso che unisce la sinistra “no borbers” alla finanza apolide e trova anche il supporto neoguelfo del Vaticano.

Cerchiamo di capire meglio come funziona questa portentosa macchina propagandistica. La Open Society Foundation è il cavallo di Troia che lo speculatore- filantropo mette puntualmente in moto per le sue campagne progressiste. Di recente si è parlato di una donazione di diciotto miliardi di dollari alla fondazione, facendo registrare una cifra record per una donazione ad un ente di diritto privato. Il trasferimento di questo ingente quantitativo di denaro sarebbe avvenuto negli anni passati.

Torniamo però, a ciò che avviene in riva al Danubio. Come riporta Agenzia Nova, Orban ha affermato nella stessa intervista che i documenti dimostrano come i membri della “rete Soros” siano attivi a Bruxelles e cerchino continuamente di “stigmatizzare il governo ungherese, la cui posizione sul tema dell’immigrazione è opposta a quella del miliardario, costringendo Budapest a cambiare il proprio punto di vista sulle politiche migratorie”. Secondo il premier ungherese l’Unione Europea ed alcuni dei suoi membri chiave sono stati letteralmente “presi in ostaggio” da un “impero finanziario e speculativo che promuove l’invasione orchestrata di nuovi immigrati”.

Per contrastare questo piano Budapest si muove sia sul fronte interno che su quello internazionale. In Ungheria il governo ha inasprito i controlli su tutte le onlus che ricevono fondi esteri in particolare quelli riconducibili alla rete di Open Society. A luglio un disegno di legge ha limitato l’autonomia della Central European University di Budapest (finanziata dalla fondazione di Soros). Inoltre le città magiare sono state tappezzate da manifesti con il volto sorridente del finanziere. Accanto all’immagine campeggiava una scritta eloquente: “Il 99% degli ungheresi rifiuta l’immigrazione illegale. Non lasciamo a Soros l’ultima risata”. Come dicevamo però il governo si sta muovendo anche a livello europeo. Ed ecco che qui entra in scena il gruppo dei quattro Paesi del gruppo di Visegrad (V4): Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria che (rappresentando circa sessantacinque milioni di europei) insieme hanno un peso di popolazione pari a quello della Francia all’interno dell’Unione Europea. Quattro nazioni che rifiutano l’idea di un’Europa multietnica e mondialista.

La resistenza al piano di ricollocazione dei migranti costituisce per i quattro paesi un tema di grande mobilitazione per le opinioni pubbliche nazionali che potrebbe creare un fronte sovranista all’interno della fascia geopolitica che va dal Baltico ai Balcani. Senza cedere alle sirene dell’esterofilia forse possiamo dire che qualcosa sta cambiando. E se il buongiorno si vede dal mattino, pare proprio che il sole sia tornato a sorgere a Est.

Salvatore Recupero

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