intifadaRoma, 10 ott – La tensione in Palestina ha nuovamente raggiunto in questi ultimi giorni livelli di massima allerta. Le manifestazioni iniziate in Cisgiordania, a causa di un’ondata di violenza dovuta a poliziotti e civili israeliani che hanno attaccato i fedeli palestinesi nella moschea di Al Aqsa a Gerusalemme est, sono deflagrate in tutti i territori raggiungendo Ramallah e Gaza City.

Le forze di sicurezza israeliane hanno attaccato i manifestanti palestinesi, continuamente provocati dall’IDF (Israel Defense Force) e dagli stessi civili, e ben presto si è passati dall’uso dei gas lacrimogeni a quello delle armi da guerra. Nella giornata di ieri, solo a Gaza, nella zona di Khan Younis, sono stati uccisi dai militari israeliani 6 palestinesi e feriti altri 19. I militari hanno risposto con l’utilizzo pesante di armi da fuoco al semplice lancio di sassi attraverso le recinzioni di confine.

Almeno 900 sono i palestinesi feriti durante la settimana di manifestazioni di proteste, di cui almeno 60 feriti molto gravemente.

La decisione, da parte delle autorità israeliane, di impedire l’accesso per i palestinesi alla città vecchia di Gerusalemme, nonostante il governo Netanyahu provi formalmente a richiamare alla calma, facendo pressioni tra l’altro sui maggiori social network mondiali (facebook e youtube) per rimuovere i video delle manifestazioni, dove appaiono ben chiare le responsabilità delle forze di sicurezza israeliane con infiltrati tra i manifestanti, ha contribuito a far degenerare la situazione in tutti i territori.

Nella stessa Gerusalemme, durante la notte tra giovedì e venerdì, estremisti ebraici hanno inscenato manifestazioni, aggredendo molti palestinesi e scandendo slogan anti-arabi. Tra i partecipanti a queste manifestazioni a Gerusalemme est, i tifosi della squadra di calcio del Beitar, membri del gruppo Lehava. Stesse manifestazioni anche a Afula, dove per risposta un soldato israeliano è stato accoltellato da un palestinese e a Netanya, dove una decina di israeliani hanno aggredito una donna palestinese.

Numerosi anche gli israeliani accoltellati, la maggior parte civili nelle città di Gerusalemme e Tel Aviv ed in molti altri insediamenti, tanto da far definire questa nuova ondata di violenze “intifada dei coltelli”.

Dal punto di vista politico, è chiara l’intenzione da parte del governo israeliano, forte del mandato popolare, di provocare un’escalation verso la guerra, principalmente a Gerusalemme est, così da sottolineare l’assenza di una leadership palestinese e la debolezza del governo di Ramallah, mettendo ulteriormente in evidenza il successo israeliano nel separare Gerusalemme dalla maggior parte della popolazione palestinese.

Dal canto suo, Abu Mazen, presidente dell’Autorità palestinese, è espressione di massima debolezza, sia nei confronti degli israeliani che hanno eroso nel tempo il suo ruolo, attraverso i piani di collaborazione sulla sicurezza che hanno di fatto bloccato i palestinesi stessi ma non i coloni ebrei, sia nei confronti soprattutto del suo stesso popolo che oramai vede in lui un dirigente incapace di difenderlo dagli attacchi dell’esercito israeliano, dalle incursioni dei coloni, nonché di salvaguardare i suoi diritti tra cui quello di pregare nella moschea di Al Aqsa e di proteggerli dal peggioramento della situazione economica.

Il suo controllo dei fondi appartenenti all’OLP, a Fatah e all’Autorità Nazionale Palestinese e la crescita di una classe economicamente prospera, inserita nello status quo, ha consentito a lui ed ai dirigenti dei suoi apparati di sicurezza di continuare con il coordinamento in materia di sicurezza ma con uno scollamento, sempre più evidente, del popolo e dall’opinione pubblica palestinese.

Infine, la principale preoccupazione di Abu Mazen è la militarizzazione della crisi, il sicuro rafforzamento di Hamas in caso di escalation militare. Proprio Hamas, in queste ore, ha chiamato i palestinesi alla Terza Intifada, per liberare Al Aqsa e Gerusalemme. Appello già in qualche modo raccolto, anche dall’ala militare di Fatah nella striscia di Gaza, le brigate Al-Aqsa, che nonostante il divieto ufficiale, posto nel 2007 dalla stessa Hamas, stanno svolgendo esercitazioni militari nella striscia proprio con quest’ultimi. Il rapporto sul terreno è indubbiamente differente dalle rivalità politiche tra i due principali movimenti palestinesi, dovuto sempre più ad una crescente convinzione di gran parte di Fatah della necessità di riprendere la lotta armata, nonostante il rifiuto di Abu Mazen.

I presupposti per l’inizio di una Terza Intifada si stanno velocemente delineando, non ultimo il favore verso questa opzione, di gran parte del popolo palestinese (oltre il 42% secondo un recentissimo sondaggio del Palestinian Center for Policy and Survey Research), a causa principalmente della politica fallimentare di Abu Mazen e della sfiducia in una soluzione diplomatica. Israele avrà sicuramente i suoi problemi nel gestire eventualmente la cosa, che se dovesse definitivamente esplodere, interesserà la Cisgiordania e Gerusalemme. Ma fino a quando i palestinesi non abbatteranno il sistema corrotto dell’ANP, una nuova Intifada servirà solo a rafforzare lo status quo della classe dirigente palestinese.

Giovanni Feola

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