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Roma, 4 ott – Quando si scoperchia un vaso di Pandora, la bufera è inevitabile. Ne conseguono polemiche, smentite, ulteriori polemiche e accusati che puntano tutto sullo scacchista arrocco. Si veda la replica giordana. Poi, passata la tramontana mediatica, le bocce si fermano e inizia un lento processo di analisi più accurato. Ciò premesso per comprendere che, ad ora, è difficile affermare se i Pandora Papers siano davvero un grosso guaio per le persone coinvolte. Quel che è certo è che la faccenda scotta e molti nomi celebri non dormono sonni tranquilli. Travolti da un polverone facilmente traducibile con locuzione condita da francesismo: vip e potenti sputtanati. Ben 35 leader mondiali, migliaia di personaggi in vista, miliardari e grandi imprenditori, le cui ricchezze nascoste sono state fotografate d’un tratto.



Pandora Papers, i ricchi coinvolti

Un’operazione, quella del Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi (ICIJ), basata su 11,9 milioni di file riservati che hanno messo in luce tesori finora celati. I nomi emersi fanno strabuzzare gli occhi, perché tanti e attivi in svariati campi. Il punto di raccordo è uno soltanto: la ricchezza. Si va da Tony Blair al Re di Giordania, passando dal fondo della Regina Elisabetta a Julio Iglesias, Shakira, Claudia Shiffer, Guardiola, Ancelotti e Julio Iglesias. Per arrivare ad alcuni stretti collaboratori di Vladimir Putin, e via con bancarottieri, trafficanti, boss della camorra. In totale si parla di 29mila beneficiari, fra cui 300 politici di 90 nazioni diversi. Sono spuntati fuori anche il premier della Repubblica Ceca, Andrej Babis e il ministro olandese dell’Economia Wopke Hoekstra. Non mancano neppure diversi presidenti della Repubblica in carica: quelli ad esempio di Ucraina, Kenya, Cile, Ecuador.

Tra evasioni e paradisi fiscali

Senza troppo girarci intorno, in soldoni i Pandora Papers sono un’inchiesta che fa emergere meccanismi di evasione fiscale, ricchezze volutamente nascoste e riciclaggio. Il tutto grazie a 14 società in grado di far “sparire” i conti dei propri clienti in determinati conti offshore. Ciascuna di queste società si appoggiava su uffici e filiali in luoghi ben conosciuti per essere paradisi fiscali. Stando alla ricostruzione effettuata dagli autori dell’inchiesta, il totale della cifra “invisibile” si aggira tra i 5.600 e i 32mila miliardi di dollari. Come facilmente notabile, nell’elenco compaiono esponenti politici di primissimo piano sia di destra che di sinistra. Ce ne sono molti anche non prettamente catalogabili come appartenenti a schieramenti ben precisi, ma poco cambia, perché nessuna parte può dirsi immune dal coinvolgimento.

Le ombre sugli Stati Uniti

Ci sono però due aspetti particolarmente interessanti e che andrebbero rimarcati a dovere. Il primo riguarda gli Stati Uniti, il secondo pure.

Partiamo dal primo: i grandi patrimoni poco tassati negli Usa. Molti avranno notato che nella lista di ricchi e potenti mancano discusse personalità come Jeff Bezos (ex Ceo di Amazon), Bill Gates (fondatore di Microsoft) ed Elon Musk (Ceo di Tesla). Come mai? Nulla da nascondere? Non è affatto detto, semplicemente i documenti in questione non riguardano ad esempio le Isole Cayman, uno dei principali paradisi fiscali utilizzati dai nababbi americani. Caso molto simile, insomma, agli analoghi Panama Papers.

Leggi anche: Panama Papers: perché non è coinvolto neanche un big americano?

Secondo aspetto da evidenziare: i Pandora Papers rivelano che due degli States sono diventati negli ultimi anni dei veri e propri paradisi fiscali. Trattasi di Nevada e South Dakota. Come è stato possibile? Perché entrambi hanno approvato apposite leggi per tutelare la segretezza dei conti bancari, cosa che con tutta evidenza ha attratto grandi quantità di soldi anche da Paesi esteri. Tutto questo fa meno notizia, ma è un tantino più rilevante dei tristi magheggi finanziari di qualche vip o dell’amante di Putin.

Eugenio Palazzini

 



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