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Erevan, 31 ott – Dalle prime ore del 27 settembre 2020 il Nagorno Karabakh, la regione contesa da decenni tra Armenia e Azerbaijan, è nuovamente in guerra. Quella che a Erevan chiamano Repubblica dell’Artsakh, istituita con una proclamazione popolare nel 1992, è divenuta il teatro di una nuova sanguinosa pagina di questo infinito conflitto. C’è chi ha definito quesa situazione come l’evolversi di «un vecchio conflitto in un nuovo contesto geopolitico». Un contesto segnato sicuramente da una ritrovata proiezione della Turchia nello scacchiere caucasico-mediterraneo. L’intervento in Siria, l’intervento in Libia, la penetrazione nel Mediterraneo orientale ed ora il supporto concreto alle istanze azerbaigiane, denunciano chiaramente una rinnovata, forse mai sopita, spinta di Ankara verso un’autoaffermazione come potenza regionale ed internazionale.

Ciò che colpisce di questo conflitto e che, in linea con situazioni di crisi analoghe, la Libia del disastroso post Gheddafi ed il Sahel della lotta al terrorismo (ma non solo), anche questo conflitto che, come gli altri,  dovrebbe interessare fortemente l’opinione pubblica di una grande nazione mediterranea come la nostra, passa invece quasi sotto silenzio. Meritori sono gli sforzi di quei pochi reporter italiani come Gian Micalessin o Daniele Bellocchio che dal campo raccontano gli eventi di questo conflitto. Per il resto, tanto le “news” quanto la reazione che esse dovrebbero generare nel mondo della politica e nel dibattito pubblico, lasciano un desolante afonia imposta dall’assordante e caotica narrazione pandemica del Covid.

Le parole del volontario armeno

Nel nostro piccolo, come spesso accade da queste colonne, vi proponiamo un contributo diverso, esclusivo ed inedito di questo conflitto. Una intervista ad uno dei molti volontari d’origine armena che dall’Europa sono tornati nella loro madrepatria assediata per “compiere il loro dovere”. L’identità del volontario intervistato chiaramente deve rimanere coperta – come si evince dall’intervista prima di partire risiedeva in Francia – così come molti dettagli sulle perdite e sulle conquiste militari del momento, ma crediamo che anche poter “sentire” la voce di chi vive questo conflitto in prima persona sia un contributo significativo alla comprensione generale dell’evoluzione delle crisi e dei conflitti in questa epoca dei nuovi equilibri.

In un’epoca in cui la gran parte di noi non ha esperienza di guerra cosa si prova ad essere al fronte? Quali sono i “lati positivi” quando si combatte  per la propria terra?

Si prova fierezza ovviamente, ma anche la paura. Quando senti il fischio dei proiettili e, l’istante successivo, tutto esplode intorno a te, allora capisci di essere arrivato all’inferno. Nonostante questo hai il dovere di superare la paura e di mantenere la linea perché dietro quella linea c’è il tuo popolo. Le tue donne e i tuoi figli. L’uomo che parte in guerra combatte su due fronti: il primo è quello contro il nemico ed il secondo quello contro se stesso. C’è una vera e propria lotta psicologica da vincere.

Come siete equipaggiati? Quali sono le differenze rispetto all’ultimo conflitto? È una guerra sempre più tecnologica che sfavorisce le nazioni con meno budget da destinare agli armamenti?

Non posso divulgare informazioni a proposito del nostro equipaggiamento militare; le differenze con l’ultimo conflitto bellico sono radicali: oggi le nuove tecnologie, come i droni kamikaze o i caccia di ultima generazione, riescono a causare danni terribili sia da una parte che dall’altra. Siamo ormai più nella guerra dei bottoni da premere che in quella dei fucili con cui sparare. In ogni caso non parliamo di chances in questa guerra. Vinceremo qualsiasi cosa succeda perché non abbiamo altra scelta. Se loro possono ripiegare sulle spiagge di Bakou, non non possiamo andare da nessuna parte. È la vittoria o la morte.

Come hai deciso di partire e tornate a batterti per la patria? Hai sentito una sorta di chiamata? Avevi precedenti esperienze militari?

Come armeno, avevo il dovere di partire al fronte. Chi fugge quando viene attaccato finirà per morire prima o poi, ma chi combatte ha una possibilità di sopravvivere. Il nostro popolo ha imparato molte lezioni dalla sua storia dolorosa. Ho seguito uno stage militare due anni fa per imparare ad utilizzare alcune armi.

Come è stata vissuta la tua scelta da parte di familiari e amici?

Non l’ho detto hai miei. Li ho informati solo una volta tornato dal fronte e hanno condiviso con me il loro orgoglio ma anche la loro inquietudine. I miei amici naturalmente capiscono la mia scelta e mi sostengono. Sono riconoscente di tutto il loro aiuto dalla Francia.

Raccontaci la tua esperienza al fronte con i tuoi fratelli in armi. I lutti, le perdite, il nascere di sacri vincoli

Anche qui non posso al momento divulgare informazioni circa la strategia militare utilizzata e nemmeno sul numero di caduti. Tutto quello che vi posso dire è che la nostra missione è mantenere la trincea il più a lungo possibile e l’abbiamo fatto egregiamente, certo, a costo di duri sacrifici. Gli eroi li vedo in ognuno dei miei camerati al fronte.

Parlaci anche dell’avversario; c’è ancora un rispetto per il nemico? Oppure è stato completamente cancellato dal nuovo modo di fare guerra?

La guerra è una cosa terribile che toglie all’uomo tutta la sua umanità. Ci siamo rallegrati della morte dei nostri nemic,i così come loro sono stati felici della nostra. Non posso avere rispetto per gente che uccide le nostre donne e i nostri bambini.

Come spiegare a chi non l’ha mai vissuta la guerra?

Risponderò in maniera molto semplice: non ha niente a vedere con quello che avete visto nei film. Non auguro a nessuno di conoscere la guerra.

State ricevendo solidarietà da parte di altri camerati?

Si, parecchia solidarietà; sono orgoglioso dei miei camerati francesi che non hanno esitato a mobilizzarsi per la causa del mio popolo.

Alberto Palladino

(Traduzione a cura di Chiara Del Fiacco)

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