Roma, 9 gen – Due anni e due giorni dopo, Brasilia come Washington. Paragone inevitabile, talmente tanto da risultare stucchevole, ripetitivo, pregno di altrettante banalità in serie, sovente forzate, spesso farlocche. Sarcasmo inevitabile: nessuno può insegnare a un latinoamericano come si fa un golpe. Giriamola: nessuno può imitare con successo il carnevale brasiliano. Non c’è sciamano che tenga, Rio resta Rio. Sintesi improbabile, ovvero crasi di Ippocrate: mescolare sangue e bile non basta, per un colpo di Stato servono almeno altri due elementi, un capo che lo guida e un esercito a sua disposizione. Invece il Brasile – peggio degli Stati Uniti – si ritrova un ex presidente in fuga dopo la sconfitta, intento a condannare goffamente le azioni dei suoi seguaci dalla Florida, patria dei fuggiaschi, dorato rifugio per pensionati nostalgici di Cocoon, vacanza di Natale per vip europei, calamita di paparazzate vintage. Truppe a disposizione? Solo nella fantasia di chi le applaude, dopo aver occupato un’area istituzionale, prima di farsi stringere i polsi dalle manette.

Fine, momentanea, di una rivolta che non si fa rivoluzione. Semmai ribellismo coatto, in festivo giorno per radunare folla arrabbiata ma non feroce, variopinta ma non scalmanata. Scialba copia di assalto a Campidoglio rimirato via social. Momentanea fine perché la rabbia resta, la voglia di farla esplodere di nuovo un po’ meno, allorché il tuo guru è impegnato a darsela a gambe. Cartastraccia del motto verdeoro, inscritto nell’equatoriale bandiera nazionale: Ordem e Progresso. Nessun ordine, solo anarchia. Nessun progresso, solo allucinazione.

L’equivoco Bolsonaro

E’ questo il risultato di un abbaglio ciclopico che offusca la vista a chi abbocca all’amo del salvatore folcloristico. Effimero poiché inconsistente, dettato soltanto dalla capacità di cavalcare un’onda di retorica vuota, mescolata a complottismo da quattro soldi. Vicolo cieco in assenza di una chiara visione del mondo, di una base ideale, di una spinta spirituale. Produce soltanto una società spaccata, polarizzata, tribalizzata. Si finisce vittime di uno stregone qualsiasi, pronto a sparare qualunque sciocchezza demagogica per ottenere il consenso di chi denuncia politicamente corretto e corruzione, pur esistenti. Uno stregone da contrapporre a un altro stregone, altrettanto rapido a mollare d’un tratto, senza pietà alcuna, chi ha creduto nelle sue amenità infuocate. Bolsonaro vale Lula, e viceversa.

Fateci caso, in Brasile come negli Stati Uniti il politically incorrect non è altro che l’altro lato della medaglia con su scritto politically correct. La manipolazione della realtà insita nel primo, suscita reazioni codine egualmente surreali. Si annienta così qualsivoglia concetto di nazione, perché non esiste più un popolo, al massimo si forgiano due o più tribù che non si parlano, non si ascoltano, non si guardano. Si odiano e basta. In questo senso – e non solo in questo – il Brasile si è lentamente trasformato in una triste fotocopia degli Stati Uniti. Grande giungla hobbesiana, senza l’acuta commedia di Plauto, solo con tragedia drammaturgica, dove ogni uomo è un lupo per un altro uomo. Perché se il branco è costituito da monadi, prevale soltanto l’individualismo imprevedibile.

Il fattore evangelico

C’è però un altro anello di congiunzione tra Brasile e Stati Uniti, fondamentale per comprendere quanto accaduto ieri: il fattore evangelico. La più grande nazione cattolica del mondo si sta trasformando, con un processo avviato da qualche decennio, in una nazione protestante. Per l’esattezza è già la nazione con il maggior numero di congregazioni protestanti. Si calcola che entro il prossimo decennio, in Brasile, pentecostali ed evangelici – di tutte le chiese e organizzazioni – supereranno i cattolici.

Per capire la portata politico-sociale di questo fenomeno, basti pensare che fino agli anni ’70 il 92% dei brasiliani si professava cattolico. Nel 2010 questi ultimi erano già scesi al 64%. Stando alle stime dei demografi, le due “confessioni” saranno in perfetto equilibrio entro il 2030. Ora, la gran parte dei bolsonaristi è costituita proprio da protestanti, esattamente come buona parte dei sostenitori di Trump negli Stati Uniti. D’altronde è proprio da Chicago, Illinois, che giunse la prima ondata di pentecostalismo in Brasile. Lenta ma pervicace, quanto efficace, operazione atta a istituire un dilagante individualismo. Perché quel “il nostro Dio ti renderà ricco”, era perfetto per chi sguazzava nelle favelas brasiliane, disilluse da terzomondismo e teologi della liberazione. Anche per questo, oggi, il Brasile somiglia tanto a una controfigura degli Stati Uniti. E non è affatto invidiabile.

Eugenio Palazzini

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