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Roma, 13 gen – Il vicepresidente Usa, Mike Pence, ha fatto sapere che non intende ricorrere al 25esimo emendamento della Costituzione per rimuovere Donald Trump. “Non è nell’interesse del Paese o in linea con la Costituzione”, scrive in una lettera inviata alla Speaker della Camera, Nancy Pelosi. “La scorsa settimana, non ho ceduto alle pressioni per esercitare il potere oltre la mia autorità per determinare il risultato delle elezioni, e non cederò ai giochi politici dei democratici in un momento così grave”. Dunque Pence ha deciso di non voltare del tutto le spalle al presidente in carica e cerca adesso di ergersi a figurare sopra le parti. Non a caso ha esortato poi Nancy Pelosi e il Congresso a “evitare azioni che dividerebbero e infiammerebbero ulteriormente la passione del momento”.



Impeachment contro Trump: un problema di voti

Fallito il piano A per togliere di mezzo Trump anzitempo, ai dem non resta che il piano B: l’impeachment. L’obiettivo appare sin troppo chiaro: far fuori il tycoon dalla scena politica americana, definitivamente. Agli occhi della gran parte degli osservatori sarebbe altrimenti inspiegabile la foga del Partito Democratico, che sa bene quanto sia complesso far passare l’impeachment prima dell’insediamento – tra una settimana esatta – di Joe Biden. Se alla Camera i dem possono contare su una solida maggioranza, al Senato la partita è ben più complicata. Allo stato attuale i Repubblicani possono infatti contare su 50 seggi, a fronte dei 48 in mano ai Democratici. Questo perché i due senatori dem recentemente eletti in Georgia non si sono ancora insediati. Per il via libera alla risoluzione sull’impeachment al Senato servono 66 voti, ergo è necessario il consenso di almeno 18 senatori repubblicani.

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Far fuori Trump, cui prodest?

Improbabile? Niente affatto, a questo punto è anzi verosimile che siano proprio i Repubblicani a preferire maggiormente la rimozione di Trump. Può sembrare assurdo, eppure a ben vedere eliminare Trump dalla scena politica è una mossa rischiosa per i democratici e al contrario conveniente per i repubblicani. Il fatto è che l’impeachment può avere un alto valore politico a prescindere dalla messa fuori gioco del presidente in carica prima del 20 gennaio, perché avrebbe come conseguenza diverse probabili sanzioni contro Trump, il taglio del vitalizio e l’incandidabilità. Joe Biden, e con lui probabilmente molti esponenti dem, lo scongiurano per evitare di esacerbare gli animi già decisamente roventi. Temono infatti una reazione scomposta di Trump e una conseguente rivolta dei suoi sostenitori più accaniti.

Viceversa per gli esponenti repubblicani, o almeno per buona parte di loro, potrebbe essere un’occasione imperdibile: si toglierebbero di mezzo una figura ingombrante che se non ha spaccato formalmente in due il partito, potrebbe farlo a breve. E’ un’eventualità tutt’altro che peregrina e se il tycoon dovesse sul serio contemplarla potrebbe infliggere una ferita insanabile (almeno nel breve periodo) al Partito Repubblicano. Quest’ultimo rischierebbe seriamente di ritrovarsi fuori dai giochi anche alle prossime elezioni presidenziali. Senza Trump i Repubblicani potrebbero invece rifondare il partito, contare nel frattempo sui numeri risicati dei dem in Senato e prepararsi con tutta calma alla rivincita. In quest’ottica non è affatto strano che Mitch McConnell, influente capo dei Repubblicani in Senato, ha lasciato intendere di essere favorevole all’impeachment contro Trump e di essere pronto a votarlo.

Eugenio Palazzini

 

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