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Perché in Giappone non c’è populismo? La risposta è sovranità, patriottismo e spesa pubblica

by Adriano Scianca
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nazionalismo di Shinzo AbeRoma, 16 feb – “Japan, Where Populism Fails“: è questo il titolo di un articolo dedicato nei giorni scorsi dal New York Times al Paese del Sol Levante: “Giappone, dove il populismo fallisce”. Nei giorni scorsi, Shinzo Abe è andato in visita negli Stati Uniti, dove ha incontrato Trump dopo averlo fatto a poche ore dall’elezione a presidente. Abe si è presentato da Trump con un piano di cooperazione da 250 milioni di dollari in grado di creare centinaia di migliaia di posti di lavoro negli Usa. Lo stralcio del Trattato transpacifico, quindi, non ha incrinato i rapporti tra i due Paesi. E’ sulla scorta di questi accordi che il New York Times si è interessato alle politiche di Abe. Il presidente nipponico è un perfetto esemplare della casta: il padre è stato ministro degli Esteri, il nonno e lo zio primi ministri. Eppure non solo ha un indice di gradimento che ha sempre superato il 50%, il che è straordinario per gli standard giapponesi, ma non ha neanche sfidanti credibili all’orizzonte. Perché lo tsunami del populismo non travolge Tokyo come fa con Parigi, Roma, Washington, Londra etc? La risposta che si è dato il Nyt è lapidaria: Abe, si legge, “ha unificato il paese semplicemente attraverso la promozione di simbolismo patriottico, proteggendo al contempo lo stato sociale”. Semplicemente si fa per dire.

L’analisi del quotidiano statunitense punta l’attenzione sul pragmatismo nazionalista di Abe: va a Pearl Harbour con Obama, ma non chiede scusa. Firma lo storico accordo con la Corea per risarcire le schiave sessuali dell’esercito giapponese, ma si reca regolarmente allo Yasukuni, il santuario dove sono onorati 2,5 milioni di caduti in nome dell’imperatore, tra cui 14 condannati di “Classe A”, considerati tra gli ideatori e pianificatori dell’aggressione nipponica durante il secondo conflitto mondiale. In politica interna, Abe ha favorito le zone rurali, che nel sistema politico giapponese hanno un peso maggiore a quello delle aree cittadine. In una fase in cui il mondo intero è sprofondato in una crisi catastrofica, Tokyo ha saputo mantenere la solidità guadagnata dopo la sua, di crisi, e dal 1990 a oggi ha quasi raddoppiato il bilancio per la sicurezza sociale. Grazie alla sovranità monetaria, inoltre, il Giappone si può permettere cose come una manovra di stimoli fiscali all’economia del valore di 28mila miliardi di yen, circa 270 miliardi di dollari (lo ha fatto nei mesi scorsi).

Ma il governo del Sol Levante non è restato sordo all’imperativo dell’accoglienza: anche il Giappone ha preso i suoi rifugiati. Per la precisione 27 (ventisette) in tutto il 2015. “Quell’anno – chiosa il Nyt – solo l’1,5% della popolazione giapponese era nata all’estero, rispetto al 3,4% della Corea del Sud e del 13,3% degli Stati Uniti”. Insomma, “in Giappone non c’è stata una forte reazione contro la globalizzazione perché è riuscito a scongiurarne alcuni aspetti negativi”. Senza globalizzazione – o almeno senza i suoi lati peggiori – non avrai problemi con i contestatori della globalizzazione. Chiamiamola saggezza zen.

Adriano Scianca

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