Roma, 16 mar – Il petrodollaro potrebbe avere i giorni contati: l’Arabia Saudita è in trattative con Pechino per utilizzare lo yuan nella vendita di petrolio alla Cina. Lo riferisce il Wall Street Journal. Una mossa che intaccherebbe il dominio del dollaro Usa sul mercato petrolifero globale nonché come valuta di riferimento negli scambi internazionali.

Cina e Arabia Suadita potrebbero accordarsi per pagare il petrolio in yuan

Se dovesse andare in porto, l’accordo sarebbe un vero e proprio spartiacque. Con conseguenze notevoli per il mercato del petrolio globale, che da sempre usa il dollaro come moneta ufficiale. Sarebbe l’alleanza tra il maggior importatore di petrolio, la Cina con il più grande esportatore, l’Arabia Saudita. Il petroyuan soppianterebbe dunque il petrodollaro. Le trattative in tal senso hanno visto un’accelerazione dopo che i rapporti tra Riad e Washington si sono deteriorati.

Riad: “Le relazioni con gli Usa sono cambiate”

“Le dinamiche sono cambiate radicalmente. Le relazioni degli Stati Uniti con i sauditi sono cambiate, la Cina è il più grande importatore mondiale di greggio e sta offrendo molti incentivi redditizi al Regno”. Così un funzionario saudita al quotidiano economico Usa. “La Cina ha offerto tutto ciò che si può immaginare” all’Arabia Saudita, ha sottolineato.

Dal canto suo, un funzionario statunitense ha definito l’idea dell’utilizzo dello yuan come moneta per il greggio un’ipotesi “non molto probabile” oltre che “volatile e aggressiva”. Il funzionario ha ricordato che i sauditi hanno già provato a lanciare questa idea in passato quando c’era tensione tra Washington e Riad. Chissà se stavolta, complice la guerra in Ucraina, non sarà quella buona.

Le trattative con Pechino vanno avanti dal 2016

In effetti i colloqui con la Cina sui contratti petroliferi in yuan vanno avanti dal 2016, ma quest’anno hanno subito un’accelerazione poiché i sauditi sono sempre più insoddisfatti della relazione con gli Usa. A Riad non piace la mancanza di sostegno militare nello Yemen. Né è ovviamente ben visto il tentativo dell’amministrazione Biden di concludere un accordo con l’Iran sul programma nucleare. Per non parlare del ritiro in fretta e furia degli Usa dall’Afghanistan, lo scorso anno. Pertanto è da qualche tempo che le relazioni economiche tra i due Paesi stanno diminuendo.

Nel 2021 il regno saudita è stato il principale fornitore di greggio di Pechino

Anche perché negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno scalzato Riad come primo produttore di greggio al mondo. Questo quando Washington, all’inizio degli anni ’90, importava due milioni di barili di greggio saudita al giorno. Oggi, secondo l’Eia, l’agenzia statistica del dipartimento Usa dell’energia, l’import è sceso a meno di 500mila barili al giorno. Al contrario, le importazioni di petrolio della Cina sono aumentate negli ultimi tre decenni, al passo con la crescita economica del dragone. Secondo i dati dell’Amministrazione generale delle dogane cinese, nel 2021 l’Arabia Saudita è stato il principale fornitore di greggio della Cina, con 1,76 milioni di barili al giorno, seguita dalla Russia con 1,6 milioni di barili al giorno.

La Cina acquista oltre il 25% del petrolio saudita

La Cina acquista più del 25% del petrolio esportato dall’Arabia Saudita. Se valutate in yuan, tali vendite rafforzerebbero la posizione della valuta cinese. I sauditi stanno anche valutando la possibilità di avere contratti future denominati in yuan, noti appunti come petroyuan, nel “listino prezzi” di Saudi Aramco, il colosso energetico saudita.

L’uso dei dollari per il dragone è sempre più rischioso

Come è noto, dal canto suo la Cina ha già introdotto contratti petroliferi denominati in moneta locale nel 2018 per rafforzare la propria moneta nel mondo. Mossa che però non ha intaccato il dominio del dollaro sul mercato petrolifero. Per la Cina, allo stato attuale, l’uso di dollari è un rischio sempre più forte. A causa delle sanzioni statunitensi all’Iran per il suo programma nucleare e soprattutto alla Russia in risposta all’invasione dell’Ucraina.

Al contempo, da anni Pechino ha intensificato i rapporti con l’Arabia Saudita, aiutando, per esempio, Riad a realizzare i propri missili balistici. Ma anche cooperando sul programma nucleare. Proprio per rafforzare la cooperazione, riporta sempre il Wsj, il regno saudita ha invitato il presidente cinese Xi Jinping in visita ufficiale entro la fine dell’anno.

Gli Usa ovviamente auspicano che l’accordo non vada in porto

Secondo il quotidiano Usa tuttavia non è escluso che i sauditi facciano marcia indietro. Questo perché passare ogni giorno milioni di barili di petrolio da dollari a yuan potrebbe danneggiare l’economia saudita, che ha una valuta, il riyal, ancorata al dollaro. Affermazioni che però vanno prese con le pinze, quelle Usa. Perché ovviamente sembrano più che altro un auspicio.

Non è così semplice per Riad passare da petrodollari a petroyuan

Vero è però che vendere in yuan collegherebbe più strettamente l’Arabia Saudita allo yuan, che non piace agli investitori internazionali a causa degli stretti controlli che Pechino mantiene sulla sua valuta. Vendere petrolio in una valuta meno stabile potrebbe inoltre minare le prospettive fiscali del governo saudita. Per questo, i consiglieri di Bin Salman lo hanno avvertito che accettare pagamenti in yuan rappresenterebbe un rischio per le entrate saudite legate ai Treasury statunitensi e alla disponibilità limitata dello yuan al di fuori della Cina.

Aprire allo yuan potrebbe far passare anche altri produttori alla valuta cinese

La questione è delicata e come detto potrebbe riscrivere i rapporti di forza nel mercato del greggio. I sauditi hanno ancora in programma di fare la maggior parte delle transazioni petrolifere in dollari. Tuttavia aprire anche al petroyuan potrebbe indurre altri produttori a valutare anche le loro esportazioni alla Cina nella valuta di Pechino. Gli altri grandi fornitori di greggio di Pechino – lo ricordiamo – sono la Russia, l’Angola e l’Iraq.

L’accordo sarebbe un duro colpo per Washington, che si affida ai petrodollari per stampare buoni del Tesoro

A conti fatti, il regno saudita non può non tenere conto della richiesta della Cina di pagare le importazioni di petrolio nella propria valuta. A maggior ragione dopo che Usa e Ue hanno bloccato la Banca centrale russa dalla vendita di valute estere nelle sue riserve a causa della guerra con l’Ucraina. Indubbiamente, la mossa saudita sarebbe un duro colpo per Washington, che fa affidamento da decenni sui petrodollari per stampare buoni del Tesoro che utilizza per finanziare il suo deficit di bilancio.

Inutile dire infine che se l’accordo tra Cina e Arabia Saudita dovesse andare in porto, Washington trascinerebbe Ue e Nato ancor più in una guerra commerciale contro la Russia. A danno ancora una volta dell’Europa.

Adolfo Spezzaferro

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2 Commenti

  1. Chi mastica un po’ di economia e storia comprende bene che il parafulmine tra i tre soci restano sempre i quattro gatti “aristocratici” arabi che, alla mal parata, ritengono sempre di potersi rivalere sulla pletora, oltrettutto ancora montante (ha del incredibile), modaiola, della lista clienti…

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