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vignetta_olocaustoRoma 14 apr – JeSuisCharlie, questo il leit motiv che ancora oggi va di moda dopo l’attentato alla redazione della rivista satirica Charlie Hebdo. Come a dire che la satira deve essere libera di poter esprimere qualsiasi pensiero. Anche il più delicato. Anche se la parte chiamata in causa non la potrebbe prendere a ridere. D’altronde la libertà d’espressione  è sacra come il pane.

E a Teheran, capitale dellIran del presidente Hassan Rouhani, il 9 maggio si terrà la II° edizione del concorso internazionale per le vignette satiriche sull’Olocausto, decisa proprio dopo la strage di Parigi. Ma come sempre ci sono argomenti off-limits e altri su cui è possibile dire qualsiasi cosa la mente elabori.

L’ambasciatore israeliano all’Onu, Ron Prasor, ha infatti inviato una lettera al segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-moon chiedendo che venga condannato tale evento che a suo dire “legittima la negazione dell’Olocausto e svilisce la morte di milioni di ebrei assassinati”. La risposta del segretario del concorso, Masoud Shojai-Tabatabaei, chiarisce le motivazioni iraniane sul perché del contest: “Evidenziare il doppio standard mondiale nella difesa delle caricature di Maometto” e “per chiedersi perché i palestinesi sono oppressi in compensazione per l’olocausto”.

Tra i 321 artisti che prenderanno parte all’evento figurano molti europei, tra i quali la componente italiana è la più nutrita. Ci sarà Achille Superbi, del centro di produzione Rai, così come Alessandro Gatto, che partecipò già alla I° edizione realizzando la vignetta in cui un ebreo indossava una giacca le cui strisce bianco e azzurre formavano le sbarre di un prigione in cui era detenuto un palestinese. Gatto fu premiato, tra l’altro, al “Portocartoon world festival” da George Wolinsky, il vignettista ucciso nell’attentato a Charlie Hebdo.

Un evento, questo del 9 maggio, che ha creato scalpore e polemiche, soprattutto tra le maggiori testate giornalistiche italiane che a gran voce chiedono l’annullamento dell’evento. Si chiede in pratica di abolire il diritto di opinione di una precisa parte politica, o meglio artistica. I paladini della democrazia che tanto erano Charlie e a favore della libertà di espressione, anche a costo di insultare l’Islam, oggi non sono si prodigano per gli stessi principi in Iran.

Ma come scrisse Massimo Fini “una democrazia è tale infatti quando accetta anche le visioni che paiono più aberranti. Questo è il prezzo che paga a se stessa. Altrimenti- sindacando su cosa si può oppure non si può dire – si trasformerebbe in una teocrazia laica”.

Federico Rapini