Luciano-LigabueRoma, 13 apr – Secondo Aldo Cazzullo, i giovani italiani di oggi “sono cresciuti in un clima in cui gli uomini e le donne della Resistenza — che è un fenomeno molto più vasto del partigianato — venivano presentati come carnefici sanguinari, e i ‘ragazzi di Salò’ come fragili vittime”.

Ovviamente non è vero e se anche lo fosse i primi ad adombrarsene sarebbero i pochi reduci della Rsi ancora in vita: hanno detto loro di tutto, ma “fragili vittime” è di gran lunga l’accusa che più contraddice il loro spirito.

Mentre Cazzullo revisiona il revisionismo, arriva però la notizia che nel nuovo album di Luciano Ligabue, ci sarà anche una canzone dedicata alla Resistenza. Si chiamerà “I campi di aprile”: “È una canzone – spiega il cantante – che ho scritto qualche tempo fa vedendo a Correggio una targa alla memoria di Luciano Tondelli, un ragazzo morto durante la Resistenza. Questo nome mi ha colpito, perché univa il mio nome al cognome di Pier Vittorio Tondelli, uno scrittore di Correggio che è stato molto importante per me. Poi ho guardato accanto le date di nascita e di morte ed ho visto che Luciano Tondelli è morto a meno di vent’anni, a dieci giorni dalla Liberazione, il 15 aprile 1945. Allora mi è venuto in mente di scrivere una canzone che provasse a raccontare il suo punto di vista. Il punto di vista di un ragazzo che fa una scelta chiara, quella di mettere tutto sé stesso, fino a perdere la vita, pur di difendere la libertà di cui godiamo oggi”.


Ecco, se volessimo una descrizione di cosa è la memoria della Resistenza oggi, questo quadro sarebbe perfetto: una canzone di Ligabue, ovvero il re del qualunquismo esistenziale, il creatore di epiche prêt-à-porter per un popolo che condivide su facebook frasi sul valore di “essere se stessi” e contro le “persone false”.

Una chiacchiera che gira a vuoto, tocca tutti e nessuno, che cerca le mezze stagioni e ritiene che più che il caldo occorra temere l’umidità. Caro Cazzullo, la Resistenza oggi è esattamente questo: una trombonata retorica buona per spezzare l’imbarazzo in ascensore, l’equivalente storico di “Il mio nome è mai più”.

La riprova, del resto, l’ha avuta il giornalista stesso, che il 28 gennaio invitava i suoi contatti facebook a inviargli materiale familiare sulla Resistenza ma il 4 febbraio era costretto a ribadire: “Cari amici, torno a chiedervi aiuto per la ‪Resistenza‬. Mentre per la Grande Guerra ho avuto decine di risposte, stavolta vi siete fatti vivi solo in 5 o 6”. Che poi saranno i soliti, con le solite storie. Quelli tra palco e realtà.

Adriano Scianca

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