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Riad, 01 giu. – Svolta storica, quasi boldriniana, per i sauditi. Il principe Faisal Bin Abdullah dice che le donne è giusto che guidino, del resto un tempo portavano i cammelli. Roba non da poco per l’unico Paese al mondo dove al gentil sesso, oltre a guidare, è vietato fare qualsiasi cosa senza la supervisione e l’accompagnamento di mariti, padri, fratelli. Persino figli purché maschi.



Questa volta sembra che a Riad, secondo loro, stiano facendo progressi in fatto di femminismo. Del resto, se è vero che il tempo in Medio Oriente passa lentissimo, dai cammelli a oggi il passo è stato breve. Ma il principe Faisal non si ferma qui e afferma nel corso di un’intervista a un canale tv: “Le donne sono la base della nostra società e ricoprono un ruolo significativo nella civiltà islamica”. Infine si lava le mani tagliando corto: “il divieto di guida alle donne, ci è stato imposto”. Come a dire, non è colpa sua che è stato ministro dell’istruzione dal 2009 al 2013 se non è stato fatto niente per le donne.

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In realtà il divieto di guida per le donne è stato introdotto durante la guerra del Golfo, nel 1990, e poi è diventato politica ufficiale del governo. Allora le donne militari statunitensi di stanza in Arabia Saudita guidavano liberamente nelle basi: alcune decine di donne saudite organizzarono un convoglio di macchine per le strade di Riyad per protestare contro le restrizioni che erano costrette a subire. Vennero arrestate, sospese dal lavoro e il governo vietò loro di viaggiare. Il Grand Mufti, eletto dai membri di casa Saud e cioè dai parenti del principe Faisal, emanò una fatwa, un editto religioso, per vietare la guida alle donne: guidare avrebbe esposto le donne a tentazioni e avrebbe portato al caos sociale. Quindi quella dei principe Faisal, figlio del defunto Re Abdallah che ai tempi della guerra del Golfo era vice primo ministro, guardacaso è una bugia.

In realtà sembra che dietro questa colossale apertura, quasi una trasgressione per qualcuno, ci siano motivazioni ben più spicce e concrete, che dell’islam se ne infischiano. Qualche mese fa, infatti, un altro principe, Alwaleed Bin Talal aveva twittato: “Basta discuterne, è arrivato il momento per le donne di guidare”. E se è pur vero che il principe in questione è considerato un filantropo femminista, è altrettanto vero che sa far di conto, essendo il presidente di una società quotata per 18 miliardi di dollari in borsa nel 2013, con investimenti in diversi settori, dalla tecnologia all’immobiliare, fino all’agricoltura e al petrolchimico. Ebbene Alwaleed sosteneva che il calo del prezzo del petrolio, con il conseguente effetto sulle rendite statali, richiede una partecipazione sempre più attiva di fasce più ampie della popolazione, donne comprese. Che per andare al lavoro hanno bisogno di un’auto e di poterla guidare da sole.

Ma il femminismo in salsa saudita non si ferma qui: recentemente il re in persona, Salman bin Abdulaziz al Saud ha emesso un decreto con il quale ordina alle agenzie governative di elencare i servizi cui le donne possono accedere senza il permesso del tutore maschile. A patto, però, che ci siano “le basi legali per la richiesta in accordo con la normativa islamica”.

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