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Swing states: gli stati indecisi che potrebbero fare la differenza pro o contro Trump

Washington, 29 ott – In una campagna elettorale il cui leit motiv sembra essere “non sono granchè, ma l’alternativa è peggio di me”, la partita, che un paio di settimane fa pareva chiusa, con un margine incolmabile per il candidato repubblicano – boicottato dal suo stesso partito per un video in cui diceva candidamente quello che tutti pensano – sta rivalutando le chance di vittoria di Donald Trump. Sia chiaro, quella del tycoon newyorkese è un’impresa che, se riuscisse, entrerebbe nella storia, visto che ha contro l’intero establishment politico, mediatico e culturale statunitense, e pochi scommetterebbero dieci dollari sulla possibilità di vederlo trionfare, la mattina del 9 novembre. Ma è un’impresa che non si può del tutto escludere, stando ai sondaggi che lo danno in faticosa risalita.

Se il voto popolare lo vede largamente dietro Hillary Clinton (almeno cinque o sei punti percentuali, troppi, a dieci giorni dall’elezione), non va infatti dimenticato che il voto popolare, nelle presidenziali USA ha un’importanza davvero marginale. Quello che davvero conta è la capacità di raggiungere la maggioranza relativa in un numero di Stati sufficiente a conquistare 270 cosiddetti grandi elettori. Mentre pochi giorni fa, nel quartier generale dei Democratici, qualcuno già festeggiava, sorseggiando forse whisky di qualità e fumando sigari (absit iniuria verbis), ora si inizia a guardare con maggiore attenzione la piega che stanno prendendo le cose in quelli che vengono definiti swing states, ovvero quegli Stati che passando dai democratici ai repubblicani, determinano l’elezione del Presidente. E’ risaputo infatti che ci sono Stati fedelmente repubblicani, come quelli del sud e del nordovest, ed è altrettanto risaputo che ci sono dei feudi democratici, come gli Stati della costa ovest e del New England. L’elezione dell’inquilino della Casa Bianca si decide però in una decina di Stati, che hanno un elettorato meno schierato, e più sensibile alle promesse, o ai proclami, dei due candidati.

In questi Stati, vero ago della bilancia dell’elezione, il vantaggio della Clinton era tale da farla dormire serena, ma sembra ora assottigliarsi, quando le migliori cartucce a disposizione dell’ex first lady sono state già sparate. Stiamo parlando, per cominciare, della Georgia, in cui i sondaggi sembrano dare un leggero vantaggio a Trump, e della Florida. Già ago della bilancia nella contestata elezione di Bush Jr nel 2000, la Florida è popolata da una consistente minoranza di origine cubana, che potrebbe non apprezzare il recente avvicinamento a Cuba voluto dal Presidente uscente, e il risicato vantaggio di cui gode Hillary Clinton è a rischio. L’Iowa e l’Ohio, che nelle ultime due tornate hanno dato il loro voto ai Democratici, sembrano pendere per Trump, anche se con margini molto ridotti.
Nei sondaggi relativi a Nevada, Carolina del Nord, Wisconsin, Colorado e Pennsylvania il vantaggio dei Democratici oscilla fra il 2 e il 6%, e non è sufficiente ad assicurare la vittoria alle urne. Se nella notte fra l’8 e il 9 novembre sette o otto dei nove Stati citati dovessero alla fine dare il loro appoggio a Trump, sarebbe quasi sicuramente lui il 45esimo Presidente degli Stati Uniti.

Certo, è difficile pensare che i Repubblicani possano conquistare la maggioranza nella quasi totalità di questi Stati, ma c’è un elemento che pochi analisti hanno finora tenuto in considerazione. Parliamo del peso dei candidati minori, che solitamente raccolgono, tutti insieme, una percentuale inferiore al 2%. In questa elezione, invece, sono accreditati del 7 – 10%. E la parte del leone, fra questi, la farebbe il Partito Libertariano di Gary Johnson, che è un partito che pesca nello stesso bacino elettorale dei Repubblicani. Fin quando i sondaggi hanno chiesto un voto “ideologico”, i sostenitori di questo partito, anche a causa di alcune infelici sparate di Trump, hanno confermato il loro sostegno a Johnson, ma all’avvicinarsi dell’elezione alcuni di questi voti si sono spostati sul repubblicano, visto comunque come il male minore rispetto alla Clinton. Numeri alla mano, se in tutti questi swing states citati l’elettorato libertariano votasse Trump, per lui sarebbe fatta. Escludendo questa possibilità, resta da vedere quanti davvero eserciteranno il “voto utile”, per convinzione, o per il puro gusto di far piangere Hillary.

Ed è proprio di queste ore la notizia della riapertura, da parte dell’Fbi, del discusso caso delle email della Clinton, che quando era Segretario di Stato avrebbe usato per una casella di posta privata per scambiare email con contenuti estremamente riservati. In un caso analogo in Italia, l’opinione pubblica stenterebbe a capire e farebbe spallucce. Negli Stati Uniti, un simile comportamento può costare la Casa Bianca.

Mattia Pase

1 commento

  1. Cos’è meno peggio: un uomo che stuzzica le donne, o una donna che “zittisce” le donne stuzzicate dal marito?

    Entrando un po’ nel merito. Per quanto riguarda i libertari citati nell’articolo (anarco-capitalisti, libertari di estrema destra, ecc.): bisogna vedere come questi hanno preso le dichiarazioni più socialistoidi di Trump: se tali elettori hanno sentito puzza di assistenzialismo statalista non voteranno Trump, se invece tali dichiarazioni saranno ritenute solo elettorali allora Supertrump potrebbe attingere anche a questo elettorato. Speriamo, perché l’ilare Hillary non è un’isolazionista, deve esportare democrazia…

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