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Roma, 8 feb – Il governo Draghi deve ancora nascere, ma sappiamo già quale sarà la sua prima missione estera: la guerra in Mali. Nazione destabilizzata da svariate milizie armate fino ai denti, affiliate ad Al Qaeda o all’Isis, attive in tutto il Sahel. In questi giorni un distaccamento di forze speciali italiane pare sia stato inviato a Bamako per compiere una ricognizione sul campo e a metà marzo prenderà il via la missione Takuba. E’ tutto già approntato e salvo frenate improvvise (quanto improbabili) da parte del nuovo esecutivo, saranno 200 i soldati italiani a recarsi in Mali.



Mali, la missione delle forze speciali italiane

Un contingente, tra forze speciali e unità di appoggio, che avrà il compito di addestrare l’esercito locale. E non solo. Dovrà infatti svolgere un’attività di mentoring, termine aziendale ma che in gergo militare significa seguire i reparti in operazione, partecipando dunque direttamente ai combattimenti. Molto probabilmente le forze speciali italiane saranno coadiuvate da un componete ad ala rotante del 3° REOS di Viterbo, con elicotteri medi UH-90, da trasporto CH-47F e da attacco AH-129D. Possibile anche che venga impiegato il 1° reggimento carabinieri paracadutisti Tuscania. Si aggiungeranno agli istruttori italiani della missione European Union Training Mission MALI (EUTM – MALI).

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Perché aiutiamo i francesi in Mali

Ma perché andare in Mali adesso? Perché la situazione sta precipitando e non possiamo permetterci l’implosione dell’ex colonia francese, una delle nazioni più povere al mondo, vessata dal jihadismo. Proprio in funzione anti-terroristica, ma chiaramente l’intento è anche quello di non perdere il controllo di un’area geografica strategica, dal 2014 in Mali è presente l’esercito francese con l’operazione Barkhane. Quest’ultima fu voluta da Hollande e rafforzata nel febbraio 2020 da Macron. Oggi le truppe di Parigi contano più di 5mila effettivi nel Paese africano. L’Italia darà quindi una mano in particolare alla Francia, è indubbio. Soprattutto nella guerra al “Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani” (Gsim), un’alleanza jihadista che attacca basi militari remoti e civili.

Non è un errore di per sé. Intervenire in Mali con le forze speciali è adesso importante per due ragioni: stoppare i flussi migratori e impedire che collassi sotto il fuoco jihadista un’intera nazione africana. Non stiamo dunque meramente togliendo le castagne dal fuoco ai francesi, o almeno non è soltanto questo il punto. L’Italia deve però recuperare il terreno perso negli ultimi anni in politica estera e per farlo ha bisogno di una strategia di ampio respiro e di una visione lungimirante. Per averle, entrambe, è necessario tornare ad assumere la consapevolezza del nostro ruolo cardine negli scenari globali, soprattutto in Africa e in Medio Oriente.

Essere Italia

Le azioni estemporanee, altrimenti, rischiano di essere controproducenti. Perché ci regalano ad alfieri di altrui interessi, anche nostri soltanto di rimando. Ed è altrettanto fondamentale capire che non basta intervenire una tantum, oltretutto per tappare voragini generatesi a causa di un perdurante lassismo. La guerra, in qualunque modo la si conduca, deve essere l’extrema ratio là dove il piano iniziale è andato storto. Per evitare una pericolosa spirale serve porre le basi per la rinascita di nazioni dimenticate da tutti, serve cooperazione seria, servono investimenti, serve un collegamento diretto maturato sulla base di vicendevoli ambizioni economiche. Serve tornare ad essere Italia.

Eugenio Palazzini

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3 Commenti

  1. Bene essere presenti, aggiungendo fatti alle chiacchiere, ma ciò deve essere coerente con le risorse assegnate regolarmente alle Forze Armate, specie in termini di equipaggiamenti ed adeguate occasioni addestrative. Non si può tagliare a capocchia e poi pretendere miracoli dai nostri militari!

  2. Secondo me questa missione è importantissima! Se il territorio del Sahel, pur con l’aiuto di francesi e italiani dovesse cedere a Daesh (Isis),darebbe la stura a un’invasione apocalittica di africani in tutta l’Europa. Sono sicuro del fatto che i nostri preparatissimi soldati si faranno valere.

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