Washington, 28 mar – Finisce per l’ennesima volta nell’occhio del ciclone (e con buone ragioni) la Planned Parenthood Federation of America, il più grande provider di aborti degli Stati Uniti che “vanta” quasi 330mila interruzioni di gravidanza ogni anno (circa un terzo sul totale degli aborti praticati negli Usa ogni anno), aventi luogo in ognuna delle 700 cliniche aperte su tutto il territorio degli States. Planned Parenthood, da tempo al centro di un enorme scandalo riguardante il traffico illegale di organi e tessuti di feti abortiti, ha fatto nuovamente discutere pubblicando un tweet da uno dei suoi account, invocando la creazione di principesse Disney transessuali, pro-aborto, o che siano migranti illegali.
Il tweet recita testualmente: «Abbiamo bisogno di una principessa Disney che abbia avuto un aborto. Abbiamo bisogno di una principessa Disney pro-choice [favorevole alla scelta sull’aborto, ndr]. Abbiamo bisogno di una principessa Disney clandestina senza documenti. Abbiamo bisogno di una principessa Disney sindacalista. Abbiamo bisogno di una principessa Disney transessuale». L’intento di questa boutade è chiaro: l’organizzazione abortista vorrebbe che il lavaggio del cervello in forma liberal avvenisse sin dalla più tenera età. E quale modo migliore esiste se non la creazione ad hoc di nuovi role models con cui catechizzare le bambine? Modelli che le preparino a ingrossare le fila della clientela Planned Parenthood, pronta a espiantare vite umane dai grembi di mezza America per rivenderne i pezzi a compagnie farmaceutiche e fabbriche di tessuti come Novogenix e StemExpress.
Il tweet, dopo aver suscitato la prima, ferocissima levata di scudi, è stato rimosso un paio di ore dopo la pubblicazione. Ma verba volant, screenshots manent, così Internet non dimentica una virgola e Planned Parenthood è tutt’ora sotto attacco da parte di tutti gli utenti Twitter con un minimo di buonsenso.
Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

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