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Mosca, 20 ott – Nel mondo accademico occidentale vi è un dibattito su una presunta natura fascista dello Stato russo. Un dibattito abbastanza serio, tutto sommato rigoroso: lo stesso Thimoty Snyder ha promosso l’equazione putinismo uguale fascismo dei nostri giorni, aprendo la via a una serie di ricerche sul “fascioputinismo” che vanno dal Cfr alla The Montreal review passando per altre pubblicazioni di taglio accademico.
Alexander Yanov (Cfr. per esempio La distensione dopo Breznev, Sansoni 1981), si sofferma sull’ideologia nazionalpopolare panrussa, sottolineando quali predecessori i “nazionalpopolari” annoverassero: Ivan Kalita, che unificò il potere politico e religioso sotto il dominio di Mosca, il Zemskij sobor (Assemblea panrussa del XVII secolo) come modello primordiale di Stato etico corporativo, Sergei Zubatov (1864-1917) creatore dei sindacati corporativistici di Stato, Michail Kutuzov, l’eroe russo della liberazione anti-napoleonica (1812), stratega della guerra di logoramento. I “nazionalpopolari” russi, nel periodo sovietico, si identificarono con il “partito russo”: duramente perseguitati sino alla fine degli anni ’50, vennero gradualmente riabilitati nell’epoca Brèznev (1964-1982). Si prese definitivamente coscienza che solo grazie al sacrificio e al senso del dovere del “partito russo” nazionalpopolare fu possibile la vittoria nei fronti della “Grande guerra patriottica”. Questa nuova russificazione imperiale dell’Urss, che si ebbe, ben più che con lo stalinismo (che mantenne caratteri di strutturale incoerenza razionalista e scientista), con il “realsocialismo” brezneviano, permetterà a taluni storici del fascismo, come ad esempio A. James Gregor, di identificare in quel modello brezneviano una forma incompiuta e incoerente di fascismo, a causa dei forti residui di materialismo, ateismo e di economicismo di radice marxista che lo stesso breznevismo non aveva avuto modo di eliminare strutturalmente, anche nella veste ormai esclusivamente formale cui si erano ridotti.
Gli analisti occidentali oggi ci dicono che il presidente Putin sarebbe un neofascista russo in quanto avrebbe restaurato l’autocrazia tradizionale e trarrebbe ispirazione da Ivan Ilyn e da Berdjaev. Putin neofascista in quanto conservatore e neo-autoritario: questo il succo. Delineano così un quadro in realtà assai semplicistico, se non proprio confuso, per quanto supportato da dati e colti riferimenti. Soffermiamoci sulla recente storia russa. La Cina, con Deng Xiaoping, riformò all’interno il sistema “comunista”, dando avvio al cosiddetto “socialismo di mercato”, strumento mediante cui tentare di cavalcare il capitalismo occidentale al fine del dominio mondiale, finendo in un meccanismo di materialismo di stato all’occidentale dal quale ora solo con grande difficoltà potrà uscire, se mai vi riuscirà con il tentativo neoconfuciano in atto. Il Patriarcato di Mosca, viceversa, riuscì prima a temperare e russificare il “comunismo”, poi a frenare e dunque sconfiggere l’aggressione turbo-capitalista (1991-2000), che delineava nel concreto l’estinzione dell’idea russa e della nazione russa. Il periodo turbo-capitalista e “democratico” costò infatti al popolo russo il genocidio di circa 5 milioni di indigenti (tra cui un gran numero di bambini) ed è evidente che tuttora milioni di russi identificano in Putin il “salvatore” rispetto alla catastrofe liberalcapitalista di quegli anni.
Il putinismo non è probabilmente una autocrazia neo-zarista o un regime di boiardi di stato, come scrivono gli analisti occidentali, ma una buona sintesi politica tra il “realsocialismo” tardo-sovietico e la spiritualità cristiano-ortodossa del Patriarcato di Mosca. È una sorta di “socialismo reale” rivisto e aggiornato alla luce dei saggi insegnamenti esplicitati da A. Solzenicyn nella Lettera ai capi dell’Urss (1973). Quando si parla di “socialismo reale” non andrebbe dimenticato il fatto che, negli anni ’70, la Russia fornì un modello sociale di diritti e garanzie che l’occidente (se si eccettua lo Stato sociale corporativo dell’Italia degli anni trenta) non ha mai conosciuto nella sua storia. Lo stesso presidente russo, nei suoi resoconti memorialistici, si è costantemente richiamato a quel “patriottismo idealista sovietico” che si respirava nella vita comunitaria della Russia di quei tempi, piena di contraddizioni, piena di ingiustizie e di dilemmi, ma ben più idealista e nazionale dell’occidente “nichilista”. Non a caso l’ideologia ufficiale fu allora puntellata dal noto panrussista V. Calmaev o da redattori di riviste come “Nas sovremennik” o “Molodaja gvardija”, che condannarono in blocco il fanatico progressismo leninista, stalinista e kruscioviano rivalutando il villaggio, i monumenti e le chiese russe e differenziando i valori eterni della Santa Russia da quelli relativi e materialistici.
La riabilitazione dei “bianchi” e di Ilyn compiuta da Putin non è dunque ideologica, ma si giustifica nella cornice del patriottismo grande-russo e del “socialismo di stato”. in tal senso, il putinismo è esempio di alta politica e ricalca di certo il modello etico e nazionalpopolare del fascismo italiano. Così come fu nel fascismo, il ruolo centrale nell’economia russa attuale non è giocato dai capitalisti ma dai cosiddetti cinovniki (funzionari di Stato): lo Stato russo è infatti il più importante datore di lavoro della Federazione e circa il 60% della forza lavoro complessiva è impiegato in imprese di Stato. Si ha una felice sintesi di libera iniziativa e impresa di stato che non ha eguali al mondo. Lo stato panrusso è di certo antagonista sia al modello sociale euroatlantico sia a quello cinese, succubi entrambi di una logica meccanicistica e economicistica. Putin ha dunque invertito decisamente il trend rispetto al turbocapitalismo dell’era Elstin: ha rinazionalizzato l’economia russa, con il settore statale che incide sul 73% del Pil e controlla tutti i settori strategici dell’economia, compreso quello bancario. Per questo, la Russia è stata in grado di resistere alla guerra ibrida (2014-2015), militare e economico-finanziaria, scatenata dall’occidente contro Mosca, mandando in frantumi il progetto anglosassone di una nuova rivoluzione colorata e di un nuovo dominio “turbo-capitalista”. Non sarà di certo, oggi, la riforma delle pensioni, che è un necessario correttivo interno, a sovvertire il quadro nazional-popolare putiniano. Tuttora la base sociale dello Stato russo è rappresentata dalla middle-class, che è un po’ il tratto distintivo dello sforzo sociale putiniano, così come piccola borghesia e piccola-media impresa lo furono del regime fascista mussoliniano.
Francesco Rossini

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