charlie hebdo 3Parigi, 10 gen – A sentire le cronache di questi giorni Charlie Hebdo, il settimanale di satira francese duramente colpito dall’attentato del 7 gennaio, sarebbe il simbolo della libertà d’espressione, il valore irrinunciabile della democrazia occidentale. Non conoscendo a fondo la storia del giornale e dei suoi redattori si potrebbe essere indotti a credere che si tratti realmente di una spina nel fianco, talvolta pure volgare e disgustosa, contro ogni forma di perbenismo e ottusità. Un attento giro in siti d’informazione specialmente francofona può tuttavia aiutare a chiarire il punto della situazione: Charlie Hebdo non è, dal suo ritorno sulle scene nel 1992, quella Mecca libertaria che i male informati vogliono far credere.

Dopo la chiusura del gennaio 1982, il settimanale riapre con una fetta importante dei veterani (Cavanna, Cabu, Gébé, Willem,

Bernard-Henry Lévy legge Charlie Hebdo
Bernard-Henry Lévy legge Charlie Hebdo

Wolinski, Delfeil de Ton e Siné), a cui si aggiungono nuovi nomi: Charb, Luz, Riss, Honoré, Bernar, Tignous, Plantu, Olivier Cyran, Oncle Bernard, Renaud, Patrick Font etc.  A capo dell’impresa c’è il giornalista Philippe Val, che dirigerà da qui in poi Charlie Hebdo con piglio autoritario, sprezzo per la basilare deontologia professionale e uno spiccato gusto per gli affari. La redazione cresce in notorietà grazie alle occasioni mondane, la partecipazione alla passerella di Cannes e intanto gli introiti aumentano e la reputazione del giornale s’impenna grazie alle serate col produttore televisivo Thierry Ardisson e i party con Bernard Henry-Levy.

BHL, come è famoso Oltralpe, è il massimo rappresentante della gauche caviar, spocchioso, saccente e onnipresente. Né di destra né di sinistra, è il tipico uomo d’affari buono per ogni stagione con le mani in pasta ovunque. È gionalista, ex-nuovo filosofo (che cita personaggi letterari credendoli autori reali…) e fondatore nel 1995 con Alain Finkielkraut del Centro studi Levinassiani di Gerusalemme. Finanziatore di molteplici testate e iniziative editoriali, è un nome che spesso si erge sulle colonne dei giornali a giudice di giusto e sbagliato – come quando difese Polanski dall’unanime condanna per pedofilia, adducendone i meriti artistici.

mlpIl primo luglio 1992 usciva una nota satirica sulle elezioni israeliane: “Les premières mesures de la gauche au pouvoir en Israël : pour pallier la pénurie de calamars, le gouvernement lance une grande campagne de récupération des prépuces” (all’incirca: “Le prime misure della sinistra al potere in Israele: per far fronte alla penuria di calamari, il governo lancia una grande campagna di recupero dei prepuzi”). Una frecciata che secondo Charb oggi non verrebbe mai pubblicata. Già nel 1998 il direttore Philippe Val smise di pubblicare le critiche di Siné alla politica israeliana nei territori occupati.

In questo clima di rinascita libertaria va collocata la campagna lanciata dalla redazione del settimanale per lo scioglimento del lepenFront National. Alla fine di giugno 1995 Charlie Hebdo ospita un’eloquente copertina di Cabu in cui Jean-Marie Le Pen viene scortato in manette da due poliziotti; alla retorica domanda “Cosa fare contro il Front National?” si risponde: “Vietarlo!”. Il 26 aprile 1996 Cavanna, Val e Charb presentano al consigliere parlamentare Jean-Louis Debré una raccolta di oltre 173.000 firme per chiedere la messa al bando del partito nazionalista per incostituzionalità. Lo stesso Philippe Val indirizzerà al parlamento una lettera in cui allude, senza mai nominarlo, al partito di Le Pen padre.

Nel frattempo alcuni collaboratori storici muoiono o lasciano, Patrick Font è condannato per pedofilia e rapidamente scompare dalle foto assieme a Val (certo non è Polanski…), diversi giornalisti capaci come Olivier Cyran, François Camé, Anne Kerloc’h e Michel Boujut lasciano la redazione, Renaud, uno dei principali azionisti, lascia a sua volta. 

A questo punto è importante rilevare il radicale cambio di linea editoriale avvenuto sotto la direzione di Val, cioè in buona sostanza dalla ripartenza nel 1992. Con l’arrivo di Philippe Val le cose cambiano rispetto al passato ma in fondo il grosso della redazione si adeguerà al nuovo corso senza troppi problemi. Mentre il nuovo direttore si preoccupa di stringere rapporti con personalità in vista, il settimanale inizia ad allinearsi alle posizioni dominanti in materia di politica. Cabu, che negli anni ’70 si era schierato “contro tutte le guerre”, sostenne nel 1999 assieme ai suoi colleghi (ad eccezione di Siné e Charb) l’intervento della Nato in Kosovo. Seguì un testo in cui i pacifisti venivano considerati “collaboratori”. Infine, Philippe Val si preoccupò di condurre una campagna contro i “no” al referendum sulla Costituzione europea (2005), “no” che avrebbe significato una sua bocciatura e conseguente revisione.

Il bersaglio favorito della satira diventa gradualmente l’islamo-gauchismo, attacchi anche volgari vengono sferrati alla religione islamica e a quelle visioni critiche nei confronti dell’imperialismo Usa in medio-oriente. Tutto questo va contestualizzato in un generale appiattimento della linea editoriale ai dettami politici del momento. A questo allineamento corrispondono le belle frequentazioni col già citato Bernard Henry-Levy e i vari nomi dei salotti buoni francesi. Allo scopo di avvicinare il leggendario nome della testata alla crema dell’intellettualità francese Val è dunque disposto a sacrificare gli aspetti meno politicamente corretti della satira. E a conti fatti, ben pochi redattori storceranno il naso.

537795Così come soltanto due colleghi manifesteranno la propria solidarietà a Siné quando nel 2008 venne licenziato dal giornale per una battuta contro Jean Sarkozy, figlio del presidente Nicolas, considerata “antisemita”. La frase in questione accenna a una presunta conversione di comodo all’ebraismo del ragazzo per convolare a nozze con Jessica Sebaoun, figlia del fondatore dei grandi magazzini Darty. Siné ribadì svariate volte che non era questione di religione, ma di mettere in discussione arrivismo e ambizione del rampollo. Niente da fare, ci sono temi su cui non si scherza e sulle pagine di Le Monde comparve un appello contro Siné firmato Bernard Henry-Levy (amico di Sarkozy a seconda della fortuna politica…), Adler, Bruckner, Badinter, Wiesel, Delanoë, Voynet e amici. Se per il polverone sollevato dalle vignette contro l’Islam la redazione di Charlie Habdo fece quadrato e si difese in tribunale, questa volta Philippe Val procedette senza esitazione alla condanna del redattore adeguatamente affiancato da tutta la redazione, meno due che votarono a favore di Siné.

Il vecchio Siné decise allora di rispondere a suo modo al vile attacco dei vecchi colleghi. Il settembre 2008, lo stesso giorno in cui usciva in edicola Charlie Hebdo, fece la sua comparsa il suo settimanale satirico Siné Hebdo, che ne replicava lo stile grafico, ma a livello contenutistico si proponeva di non avere tabù e di non rispettare niente e nessuno. Oggi si chiama Siné Mensuel ed è il giornale di un vecchio anarchico impentito.

Questa per sommi capi la vicenda del settimanale libertario Charlie Hebdo, una storia in verità poco edificante dove al “dovere della libertà” si mescola spesso e volentieri il compromesso per la notorietà e il guadagno. È allo stesso tempo l’ennesima dimostrazione che per taluni il diritto alla libertà d’espressione e d’opinione vale a senso unico e che sempre ci sarà qualcuno, in questa democrazia occidentale al tramonto, che da buon maestrino darà il permesso di parola solo su alzata di mano e a precise condizioni.

Francesco Boco

 

 

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