Roma, 4 gen – “Per essere rieletto Obama inizierà una guerra con l’Iran”. Donald Trump, sul suo social preferito vetrina di funeste ire, cinguettava così il 29 novembre 2011. “Ora che i numeri di Obama nei sondaggi sono in caduta, lancia un’offensiva contro Libia o Iran. È disperato”, tuonava poi l’attuale presidente Usa il 9 ottobre 2012. Estemporanee sparate elettorali? Non esattamente, perché il tycoon qualche anno fa sfidava la chiaroveggenza di Nostradamus a colpi di moderni tweet in sostituzione di arcaiche et arcane sestine: “Proprio come avevo previsto, Barack Obama, sta preparando un possibile attacco all’Iran proprio prima di novembre”. E ancora: “Barack Obama attaccherà l’Iran in un futuro non troppo lontano perché lo aiuterà a vincere le elezioni”. Poca roba, penserete, d’altronde Trump ci ha abituato alle frecciate schizofreniche. Eppure, sempre nel novembre 2011, un caustico The Donald pubblicò addirittura un video per illustrarci meglio il suo profetismo: “Obama inizierà una guerra con l’Iran perché è incapace di negoziare”, diceva.



C’era una volta a Washington

Panta rei, la trasmutazione adesso è completata. Dopo una campagna elettorale incentrata sulla ritirata domestica, l’America First, il protezionismo, l’isolazionismo a suon di variegate esegesi della Dottrina Monroe, ecco che in America torna a far capolino la democrazia. Non scomodiamo i viaggi politologici di Tocqueville, è solo una questione di calcolatrici. I numeri sono numeri e in matematica non conta il vezzo astrologico, dunque once upon a time in Washington. C’era una volta un candidato alla presidenza Usa che propugnava convinto un bel disimpegno a stelle e strisce dai conflittuali scenari globali e che puntava il dito contro l’allora presidente guerrafondaio insignito del premio Nobel per la Pace, ottenuto grazie a intrinseche virtù progressiste calcolate sulla base dell’applausometro della sinistra folk.

Trump va alla guerra

Poi fu il suo turno, del presidente eletto tra lo stupore incapacitante dei media correct che non se ne capacitavano: come è possibile che abbia vinto un truce misogino? E allora tra un’ira funesta che infiniti cinguettii ci propinò e un abbraccio all’ex nemico massimo coreano, ecco la ritirata delle truppe dalla Siria. Spalancata la porta al sultano Erdogan, il ritorno alla casa nella prateria texana sembrava cosa fatta. E invece mai dire gatto, perché questa è l’America baby e per reggersi in piedi deve ricorrere sistematicamente alla lex del divide et impera. Dopo l’uccisione di chi combatteva contro il terribile idiota destabilizzante (l’Isis), il Pentagono fa sapere oggi che circa 2800 soldati degli Stati Uniti sono in viaggio verso il Medio Oriente e che saranno dispiegati a protezione delle sedi diplomatiche e degli interessi americani nell’area. Per essere rieletti tocca pure difendersi dall’Iran.

Eugenio Palazzini

La tua mail per essere sempre aggiornato

3 Commenti

  1. Ai troppo ricchi materialmente, in disequilibrio quindi, manca sempre un pezzo… Si diceva di mettere un ricco al potere perché così non ha bisogno di rubare (ancora?), ma i risultati sempre negativi non mancano.
    Agli iraniani Khomeini ha saputo dare molto di più…

Commenta