Roma, 7 ago – Ricordiamo tutti la storia di Giulio Regeni: giovane promessa della politologia che decide di dedicarsi allo studio delle lotte sindacali in Egitto. Grazie a Cambridge ed ad un suo docente (ed al fatto che parla arabo perfettamente) ottiene una borsa di studio per raccogliere dati sul campo: una prassi che le università per bene ancora hanno. Scrive poi di rivendicazioni dei lavoratori arabi per il Manifesto ed è abbastanza intelligente per farlo sotto pseudonimo. Tuttavia dopo poco tempo passato Al Cairo scompare ed il suo cadavere viene ritrovato con gli evidenti segni di torture dopo qualche giorno.

I nostri media, solitamente pavidi nell’esprimere posizioni a tutela della sovranità italiana, decidono immediatamente di dare enorme importanza alla storia e di trarne immediatamente conclusioni dando in pasto all’opinione pubblica sia un colpevole sia aizzandola contro il governo italiano obbligandolo a richiedere la linea più dura possibile. Curiosamente si tratta degli stessi media che hanno tanto nicchiato in merito ai due Marò sequestrati dal governo indiano per anni, ma nessuno trova sospetta questa rinnovata italianità del giornalismo nostrano. I colpevoli vengono immediatamente indicati nei servizi segreti egiziani: è fatta. Al governo italiano scoprono dopo anni di avere i testicoli e fanno una scelta inaudita: chiudono l’ambasciata italiana Al Cairo e chiudono i rapporti diplomatici con il governo egiziano. Nessuno nota mille cose sospette: la velocità con cui i media danno una versione all’opinione pubblica, la velocità con cui il governo Italiano prende decisioni in politica estera di questa severità e la banalità del fatto che la regola base della cosiddetta “triangolazione” non è stata rispettata: in breve, quando i servizi segreti di qualche paese commettono qualche atto politicamente pericoloso fanno in modo di non farsi beccare, se si fanno beccare è perché vogliono; sarebbe stato facile occultare il cadavere nel deserto ad esempio, eppure viene ritrovato. Nel frattempo si scopre anche che dietro la ricerca di Regeni c’era in qualche modo l’intelligence inglese (che a Cambridge ha uno dei due grandi bacini di reclutamento storici), e che i professori inglesi rifiutano di collaborare con le autorità italiane: per i media italiani nulla di sospetto parrebbe.

Dopo più di un anno possiamo tranquillamente verificare quali sono le conseguenze di questa nostra scelta diplomatica. Tanto per cominciare l’Eni mostra una certa preoccupazione: nel 2015 aveva scoperto un enorme giacimento di gas naturale off shore in territorio egiziano. Si parla di 850 miliardi di metri cubi, sufficienti per decenni di estrazione. La gestione di questa ricchezza è in pericolo perché l’Eni, che pure ha scoperto il bacino, ha bisogno della copertura politica italiana e di avere buoni rapporti col governo egiziano, che ovviamente non ci sono. Inoltre la nostra strategia in Libia rimane indebolita se non siamo in grado di avere contatti con il primo governo stabile lì attorno.

Non importa a nessuno: interessa solo sapere “la verità” su Regeni. Proviamo a darla noi la scomoda verità: Regeni era una inconsapevole pedina in una operazione di intelligence di qualche governo europeo che voleva sabotare i rapporti tra Italia ed Egitto, al 90% per la questione del giacimento scoperto dall’Eni. Un’operazione che ha funzionato con le conseguenze che vediamo. Un’operazione che prevedeva l’avete una sponda nei servizi egiziani costretti ad esporsi per scelta, nel far ritrovare un cadavere con la firma di un loro intervento. Una sponda nei media italiani che dovevano costruire la narrazione per aizzare sentimenti anti egiziani e dare la scusa al governo italiano per procedere come ha fatto. Regeni è stato mandato a morire in Egitto, ingannato e convinto di fare altro, per distruggere i rapporti tra Italia ed Egitto e restringere le opzioni per il futuro geopolitico italiano. Che governo possa avere le competenze e gli interessi per agire in questa direzione è abbastanza facile da dire, ma non indicheremo nessuno fino a che il futuro non si scoprirà tutta la verità, per ora ci limitiamo a ripetere la domanda alla quale bisogna sempre rispondere quando si cerca di analizzare uno scenario di relazioni internazionali: cui prodest?

Guido Taietti

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