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SiriaDamasco, 29 dic – Ora che Aleppo è tornata nelle mani del legittimo governo, ora che Turchi, Russi e Iraniani si consultano costantemente sul futuro del Paese, ora che – sia pure con risultati mediocri – tutte le potenze regionali stanno combattendo l’Isis su diversi fronti, è ipotizzabile che il vero e proprio negoziato sul futuro della Siria possa avere luogo in tempi rapidi? E a cosa potrebbe portare, visto che l’ipotesi di una restaurazione pura e semplice dello status quo del 2011 è tendenzialmente da escludere?

A seguito di consultazioni telefoniche che si sono susseguite nella giornata di martedì 27 fra i ministri degli esteri di Turchia e Russia, Çavuşoğlu e Lavrov, e fra il primo e l’omologo iraniano Zarif, è stato proposto un cessate il fuoco a livello nazionale, che dovrebbe permettere di organizzare quanto prima un negoziato, da tenersi ad Astana, nel Kazakistan. Il cessate il fuoco, secondo notizie apparse nella tarda mattinata di giovedì 29, è stato accettato dal Governo siriano e apparentemente anche dall’Opposizione (sia pur con alcuni distinguo) e dovrebbe essere operativo a partire da venerdì 30 dicembre. La scelta della sede del negoziato non è affatto casuale, visto che il Kazakistan è un Paese turcofono, a maggioranza islamica ma ovviamente non arabo, e ha ottimi rapporti sia con Mosca che con Teheran.
Più che le dichiarazioni ufficiali relative ai possibili colloqui di pace, è rilevante notare come fonti turche abbiano parlato, riferendosi alla telefonata intercorsa fra Ankara e Mosca, sia dell’importanza di tenere l’Iran sul palcoscenico negoziale, sia soprattutto alla necessità di operare una netta distinzione fra gli oppositori del regime e i terroristi.
Vorrebbe dire, e sarebbe la prima volta che se ne parla in modo esplicito, che la Turchia accetta di lasciare al loro destino i gruppi integralisti, più o meno riconducibili ad Al Qaeda, per avere in cambio un ruolo di “protettrice” dei ribelli moderati.

In questo ci sono due considerazioni che possono tornare utili: la prima è che alla fine dell’estate si era parlato, poco prima che l’esercito siriano chiudesse la morsa su Aleppo Est, di una ritirata dei gruppi moderati, spostati sul fronte nord a combattere contro lo Stato Islamico nel quadrante di Al Bab, e questa mossa ha sicuramente facilitato il compito delle forze armate di Damasco. La seconda è che la polizia turca ha dichiarato di aver trovato, a casa dell’estremista che ha ucciso l’ambasciatore russo ad Ankara, materiale riconducibile ad Al Qaeda. Vero o falso che sia, è comunque significativo. Ed è proprio la questione dei gruppi jihadisti (ovvero Jund al Aqsa e Fateh al Sham, precedentemente Jabat al Nusra) a mettere in discussione l’attuazione del cessate il fuoco, in quanto per Damasco si tratta di terroristi, ma per l’Opposizione sono delle forze cobelligeranti, e potrebbero quindi chiedere che la tregua si estenda anche a loro. In effetti nel loro comunicato, i ribelli “moderati” hanno specificato che il cessate il fuoco non riguarda i territori occupati dall’Isis, ma non hanno citato gli altri gruppi estremisti.

Per quanto riguarda la bozza di accordo – che ovviamente ancora non è stata resa pubblica – cui stanno lavorando Turchi e Russi, secondo queste indicazioni che sono filtrate sulla stampa turca, potrebbe portare a una sorta di federalizzazione della Siria (con un “Sunnistan” autonomo – e garantito dalla Turchia – nel settentrione del Paese, da Idlib a ovest ad Hasaka ad est), che permetterebbe a Mosca di confermare l’integrità nazionale siriana e di mantenere al suo posto Assad e l’élite alawita, a Teheran di realizzare il progetto di una fascia sciita dal Mediterraneo all’Oceano Indiano, e darebbe finalmente a Erdogan quel respiro neo-ottomano che insegue da anni, e che cercherà di confermare anche nel nord dell’Iraq, quando il momento sarà propizio. Questo tipo di accordo, inoltre, potrebbe anche essere “venduto” come una concessione ai Curdi, visto che i loro cantoni (Afrin e Kobane) ricadrebbero all’interno di quest’area. Sarebbe una finzione, perché in ogni caso i Curdi si troverebbero ad essere in minoranza anche in questa ipotetica “Siria del nord” (costituirebbero all’incirca un terzo della popolazione), e i Turchi, facendosi garanti dell’autogoverno di quest’ultima, avrebbero la certezza di poterli tenere sotto controllo senza doversi sporcare le mani. Non possiamo sapere se un simile artifizio geopolitico potrebbe davvero sopravvivere, ma è un dato di fatto che darebbe a tutte le parti in causa (tanto quelle interne quanto quelle estere, ed escludendo i jihadisti e i loro sponsor del Golfo) un motivo per non sentirsi sconfitti. Il tutto senza alcuna modifica dei confini, elemento fondamentale, in quanto se passasse l’idea che un conflitto può risolvere una disputa territoriale si scoperchierebbe un vaso di Pandora dalle conseguenze inimmaginabili, e non solo nel medioriente.

Volendo cercare dei precedenti, la nuova Siria potrebbe essere qualcosa di non molto dissimile dall’architettura studiata a Dayton per la Bosnia Erzegovina. Anche lì fratture di natura etnica e religiosa avevano portato a una lunga guerra, con decine di migliaia di morti e reciproche accuse di atrocità e di terrorismo. Anche lì era difficile ipotizzare che le varie componenti della Bosnia potessero convivere in un’unica entità statale. E anche lì potenze globali e regionali erano state coinvolte più o meno direttamente nel conflitto. La soluzione escogitata a Dayton – discutibile finchè si vuole, ma che sostanzialmente regge ancora, a vent’anni di distanza – di fatto prevede un unico Stato con due comunità ben distinte al suo interno. Una di queste due comunità, a sua volta, è una federazione, in cui Musulmani e Croati tutto sommato riescono a convivere, nonostante si siano combattuti accanitamente, e continuino a guardarsi in cagnesco. Qualcosa di simile potrebbe essere immaginato per la Siria, con la suddivisione del Paese in un centro sud in mano agli Sciiti e un nord suddiviso fra Curdi, Arabi e Turcomanni.

Potrebbe rivelarsi una scelta difficile, ma fino a quando gli interessi strategici di Turchia, Russia e Iran verranno a coincidere, e quindi tutte e tre le cancellerie la troveranno “la peggiore soluzione possibile, a parte tutte le altre”, rischieremmo di essere davvero vicini alla chiave di volta del conflitto. Fermo restando che, prima di immaginarne la conclusione, le parti in causa devono impegnarsi a sconfiggere l’Isis e i gruppi terroristici che fanno riferimento alla galassia di Al Qaeda, che a prescindere dalle modalità di entrata in vigore del cessate il fuoco sono chiaramente esclusi da qualsiasi assetto futuro della Siria. Gruppi che però sembrano attrarre un certo consenso nel mondo sunnita, un mondo che solo la possibilità di autogoverno di una parte della Siria potrebbe convincere a deporre le armi.

Mattia Pase

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