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Berlino, 29 dic- A Berlino, in quella che prima del 1947 era chiamata Auguste-Viktoria-Platz e che adesso è Breitscheidplatz, il mercatino di Natale ha già riaperto i battenti e una gran folla dimostra la voglia della città e dei molti turisti presenti di non cedere alla paura e al terrore. Ovviamente dell’attentato si parla, anche perchè i resti delle bancarelle colpite dal camion guidato dal terrorista islamico tunisino Anis Amri sono ancora visibili e il lato del mercato esposto sulla Budapesterstrasse è ora protetto da alti cordoli spartitraffico. Oltre a questo, dentro e fuori allo spazio occupato dalle bancarelle che hanno ripreso la loro attività sono stati realizzati dei piccoli angoli di memoria con candeline, fiori, immagini sacre, bandiere nazionali lasciate probabilmente in omaggio da turisti di passaggio e anche un cartello con scritto “Danke Italien”, in riferimento all’uccisione proprio in Italia dell’attentatore, numerose persone si soffermano in silenzio dimostrando così il proprio cordoglio per le vittime.



Il clima all’interno del mercato è tranquillo, la gente sorseggia calde tazze di Glühwein e boccali di birra e l’odore di stinco e wurstel tra esposizioni di artigianato locale dona al contesto un’atmosfera tipicamente tedesca. E in questa atmosfera ci si interroga sulle cause dell’attentato: provando a parlare con le persone si evince che il peso dell’immigrazione inizia a opprimere i berlinesi, che nonostante le parole della Merkel che continua a santificare l’accoglienza, sembrano scontenti delle politiche della Cancelliera in materia di immigrazione che a dire di molti causerebbero una costante perdita di sicurezza e un peggioramento della qualità della vita. Tutto ciò è fortemente indicativo di come la misura sia ormai colma, tenuto anche conto che in Germania il rivendicare la propria contrarietà al dogma dell’immigrazione è culturalmente più difficile rispetto ad altre zone d’Europa, dato che gli immigrazionisti tentano di inibire ogni reazione identitaria facendo leva sulla criminalizzazione di ogni sentimento nazionale basandosi sul senso di colpa indotto dai vincitori della seconda guerra mondiale.

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La potenza dell’attentato inoltre, oltre che devastante da un punto di vista umano avendo causato 12 morti e 48 feriti, ha anche un’evidente potenza simbolica: colpire la Capitale della Germania dopo aver colpito quella della Francia, che sono inequivocabilmente le Nazioni guida dell’Unione Europea e delle sue politiche di totale apertura nei confronti dell’immigrazione incontrollata e di spalancamento delle frontiere, ha già di per sé i tratti della sconfitta, farlo poi in un mercatino di Natale a ridosso delle festività palesa tutta la vulnerabilità di un sistema che evidentemente sta fallendo sotto tutti i punti di vista.

E se giunti in Breitscheidplatz si alza gli occhi al cielo non si può non notare il preambolo a questo fallimento: proprio al centro del mercatino colpito si erge la Kaiser-Wilhelm-Gedächtniskirche (Chiesa commemorativa dell’Imperatore Guglielmo) costruita nel 1891 e semidistrutta nella notte tra il 22 e il 23 novembre 1943 da un bombardamento inglese durante quella che è passata alla storia come la “Battaglia aerea di Berlino”, lanciata dal “Bomber Command” britannico contro la Capitale tedesca e che causò anche circa 4.000 morti tra i civili. Ironia della sorta questa chiesa, nella ripartizione post bellica di Berlino in 4 settori, ognuno dei quali attribuiti a uno dei vincitori, finì nella zona assegnata ai britannici che proprio lì, nel quartiere di Charlottenburg, iniziarono durante la loro dominazione la costruzione della Berlino moderna, i cui tempi dovevano essere dettati da un capitalismo sfrenato di stampo americano e dal libero mercato, gettando così le basi per quella che oggi, dopo la caduta del muro, è diventata la Germania ultraglobalista e multietnica. Lì sono stati costruiti grattacieli, fast food, sedi di multinazionali, centri commerciali, trasformando un quartiere esteticamente prussiano in una controfigura della Fifth Avenue, lasciando però al centro della piazza la già citata Kaiser-Wilhelm-Gedächtniskirche, che inizialmente nei piani delle forze di occupazione doveva essere demolita anch’essa ma che i Berlinesi difesero premendo al contrario per la ricostruzione. Si decise per una terza via, ovvero la messa in sicurezza della Chiesa distrutta, lasciandola però con la torre crollata e con i profondi segni di proiettili, schegge e bombardamenti visibili ancora oggi ed è proprio il guardare questo rudere di antichi fasti prussiani che suggerisce, come dicevamo, il fallimento della società globalizzata.

Abbandonata diroccata in mezzo a scintillanti colossi di architettura moderna in ferro e vetro recanti i nomi di multinazionali e grandi gruppi finanziari, sembra essere stata lasciata lì in quelle condizioni oltre che per ricordare gli orrori della guerra, come ufficialmente dichiarato, anche a provocatoria testimonianza della presunta sconfitta del passato identitario e tradizionale della Germania e dell’Europa nei confronti del nuovo modello mondialista e della sua retorica, con l’ostentazione dei simboli del liberismo grazie ai quali sarebbe nata nel cuore del continente la società della pace perpetua, dell’apertura, della convivenza, della trasformazione degli Europei in cittadini del mondo, così da sancire l’eterna fratellanza tra tutte le culture del mondo e la fine di tutte le guerre attraverso l’ideologia del libero mercato e l’arrivo di sempre nuovi immigrati. Qualcosa evidentemente è andato storto e oggi è evidente che se in Europa non torneremo ad una qualche dimensione identitaria e sovranista, prima o poi arriverà sempre un clandestino come Anis Amri a ricordarci che millenni di tradizione europea non si cancellano provando a mescolare radici radicalmente diverse sulla base di un paio di scarpe Nike e un hamburger del Mc Donalds.

Saverio Di Giulio

 

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