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Yemen-revoltRoma, 10 mag – Ogni crisi, rivolta e rivoluzione nazionale è diversa dalle altre, come le famiglie infelici. Ciascuna si nutre delle tensioni, delle divisioni e del materiale umano a disposizione, e si sviluppa assorbendo spesso ingerenze esterne. Lo stesso esito delle crisi, di conseguenza, è difficilmente prevedibile dall’inizio.

Nel caso dei paesi in cui una parte considerevole, quando non dominante, del proprio bilancio si fonda sull’estrazione e la vendita di idrocarburi, è tuttavia lecito cercare nelle tendenze passate delle relative economie qualche elemento comune, sia per progredire nella comprensione delle crisi stesse, sia per tentare di prevedere nuovi focolai.

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Bilanci petroliferi e demografici dal 1980 in Tunisia, Egitto, Siria e Yemen

Del resto, l’analista economico-energetica internazionale Gail Tverberg già nel 2013 individuava una trama condivisa almeno da Siria, Egitto e Yemen, consistente nella combinazione del declino della produzione petrolifera e di gas naturale e nell’aumento del relativo consumo interno, fino al punto in cui i profitti netti crollavano sotto una certa soglia, analisi ripresa e discussa più di recente dall’esperto italiano di risorse energetiche e minerali Ugo Bardi dell’Università di Firenze.

Abbiamo riprodotto, esteso e aggiornato l’analisi per questo giornale a partire dalle statistiche energetiche e demografiche internazionali fornite dall’agenzia Usa per l’energia (EIA).

I grafici a destra includono l’estrazione di petrolio, il consumo interno di prodotti petroliferi, le relative esportazioni e importazioni, infine l’andamento demografico, a partire dal 1980, riguardano Tunisia (paese da cui mossero le rivolte della cosiddetta “primavera araba”), Egitto, Siria e Yemen, tutte nazioni in cui la crisi scoppiò nel 2011, salvo lo Yemen in cui prese le mosse nel 2012 e che vede proprio in queste ore importanti sviluppi.

È immediatamente evidente che in tutte queste situazioni, nel 2011, la produzione di petrolio stava declinando da alcuni anni e il consumo interno stava salendo parallelamente ad andamenti demografici fortemente positivi, tali da aver prodotto in media un raddoppio della popolazione in circa 30 anni (di più in Siria e Yemen, poco di meno in Tunisia ed Egitto), tanto che il consumo raggiungeva o perfino superava la produzione appena prima di quell’anno, con l’eccezione dello Yemen dove il pareggio veniva raggiunto l’anno successivo.

In tutti i casi, le esportazioni di petrolio, oppure la differenza tra esportazioni e importazioni, segnavano, di conseguenza, un declino ancora più rapido rispetto alla produzione.

Libia+Iran
Bilanci petroliferi e demografici per Libia e Iran

Poiché gran parte dei beni di prima necessità, soprattutto alimentari, gli approvvigionamenti idrici, i servizi e sussidi sociali, erano basati essenzialmente sugli introiti petroliferi (e in parte minore da gas naturale), pare potersi affermare che la scintilla di quelle crisi sia stata accesa dal deterioramento delle condizioni economiche materiali, prima che da divisioni etniche o religiose, così come da effetti esterni.

Situazioni molto diverse concernono invece la Libia e l’Iran, paesi in cui hanno avuto un ruolo fondamentale gli interventi esterni – attacco militare nel caso libico e sanzioni per Teheran.

Come evidente nei grafici a sinistra, infatti, fino almeno al 2010 la produzione petrolifera non segnava un evidente declino, anche se in ambo i paesi le esportazioni faticavano a tenere il passo con l’estrazione a causa dell’aumento della popolazione (raddoppio del 1980) e conseguentemente del consumo. Gli esiti degli interventi dall’estero sono stati, com’è noto, molto diversi, risultando nel caos libico con conseguente crollo della produzione, e nella sostanziale tenuta dell’Iran sebbene al costo di una perdita di estrazione del 25%. Solo il futuro dirà se, assunta la probabile eliminazione delle sanzioni al regime degli Ayatollah, il paese persiano riuscirà ad equilibrare il fabbisogno interno rispetto alla produzione.

Uno sguardo infine al gigante per definizione, quell’Arabia Saudita il cui frenetico interventismo sia – per procura – nella crisi siriana, sia – direttamente – nel confinante Yemen, solleva qualche dubbio rispetto alla confidenza del regime teocratico di Riyad rispetto alla propria tenuta.

Arabia Saudita
Bilancio petrolifero e demografico per l’Arabia Saudita

Dal bilancio petrolifero e demografico rappresentato a destra è evidente che la produzione complessiva di petrolio è aumentata di pochissimo dal 2005, a fronte di un’inarrestabile incremento demografico che ha portato la popolazione ad aumentare del 160% tra il 1980 e il 2011, passando da 10 milioni a oltre 26 milioni, e soprattutto a una esplosione del consumo interno di circa cinque volte in 30 anni. Tanto che negli ultimi due decenni le esportazioni petrolifere hanno segnato il passo, stabilizzandosi intorno ai 6,5 milioni di barili al giorno, salvo un breve aumento negli anni precedenti la crisi finanziaria del 2008, per poi scendere definitivamente sotto i sei milioni di barili (e oggi, probabilmente, sotto i 5,5 milioni).

Così che, mentre certamente il regno saudita rimane il gigante assoluto della produzione di petrolio, la sue prospettive di ulteriore crescita interna potrebbero essere già minate alla base, insieme alle relative possibilità di supplire ad eventuali carenze di approvvigionamento cui si è già discusso su queste colonne.

Come vedremo in successivi articoli, anche ulteriori focolai di crisi, più o meno esplicita, come in Venezuela, Messico, Argentina, Brasile, Indonesia, o più che possibili come in Algeria e Malesia, possono essere almeno in parte interpretate sulla base delle dinamiche petrolifere combinate di produzione e consumo interno, così come l’evidente stabilità di altri grandi paesi produttori come Russia e Kazakhstan possono farsi discendere, all’inverso, dall’aumento della produzione insieme alla stabilità demografica.

Francesco Meneguzzo

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