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gretavanessa2Roma, 16 gen – Dieci giorni fa dichiaravamo – anche a costo di urtare la sensibilità di qualcuno – che Greta e Vanessa andavano salvate e che era spirito di cavalleria e di patria il fatto di desiderare che a due ragazzine, per quanto sciagurate, non accadesse nessuna delle cose terribili che molti simpaticoni della rete si divertivano a immaginare. Si diceva, insomma, di non infierire sulla pelle di chi, “al massimo, meriterebbe uno scapaccione e andrebbe messo a studiare”.

Ebbene, ora Greta e Vanessa sono qui. Le abbiamo viste scendere dall’aereo come gattine spaurite. Comprensibile, vista l’esperienza terribile da cui sono reduci. Ma del resto il terreno di caccia dei lupi non è posto per i gattini. Ora lo scapaccione di cui sopra, in uno Stato serio, lo dovrebbe metaforicamente dare un giudice, non solo ricostruendo le circostanze del rapimento, ma inquadrando anche nel giusto contesto l’operato di queste due strane cooperanti, con la faccia da lettrici di Top girl e contatti con ambienti che definire ambigui è usare un eufemismo.

Come è avvenuto il loro arrivo in Siria? Quali contatti avevano sul territorio? E quali contatti italiani avevano in Siria? In cosa consisteva la loro attività lì?

Resta poi da chiarire la questione del riscatto. Il governo nega, e non può fare altrimenti. La cifra di 12 milioni di euro gira insistentemente. Qualche giornalista ipotizza che siano numeri esagerati, forse si tratta della metà. A chi sono andati, di preciso, questi soldi? Non lo sapremo mai.

Ma di certo se un domani qualche Kouachi o qualche Coulibaly cresciuto nelle periferie di Milano, Napoli o Roma, anziché in quelle di Parigi, deciderà di fare strage nelle nostre strade, il sospetto che le sue armi, il suo addestramento e il suo indottrinamento lo abbiano pagato i contribuenti italiani sarà molto forte. E il peso di questo sospetto terribile è tutto sulla coscienza di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, ma anche e soprattutto di chi, sulla questione siriana, ha sbagliato e continua a sbagliare tutto.

Adriano Scianca

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