Roma, 28 feb –  Un’isola dei Serpenti senza serpenti, 13 marinai ucraini e una nave russa. E poi un termine che da qualche giorno riecheggia sui media internazionali: patria. Per descrivere gli ucraini che combattono contro le truppe russe, d’un tratto i bardi del globo senza confini non temono più di mettere mano a una parola da loro stessi svenduta alla fiera dell’antiquariato. Fate una prova, digitatela su Google, è talmente ricorrente da apparire quasi apotropaica: “combattono per la patria”, “sono eroi che non temono di morire per la patria”, “c’è chi vive all’estero e ora vuole tornare in patria a combattere”. Com’è possibile che sia tornata in auge la terra dei padri? Sul serio fuori dall’ovatta del correttismo occidentale, assopito da decenni sotto le soffici coperte di un’apparente sicurezza, permane il senso dell’assedio? Già, pare proprio così, e adesso tutti si stupiscono. Ammaliati da quegli ucraini pronti a imbracciare fucili, fabbricare molotov, lanciare sassi, porre i propri corpi disarmati e infreddoliti di fronte ai carri armati.

L’isola dei Serpenti, Achille e i 13 marinai ucraini

Una storia in particolare è balzata agli onori della cronaca di questa guerra nel cuore orientale dell’Europa. Sembra uscita dalla penna di Conrad tanto è evocativa, quasi surreale, forse davvero irreale, eppure bellissima.
E’ la storia di 13 marinai su un’isola del Mar Nero. La chiamano isola dei Serpenti ed è un nome piratesco che mette quasi paura. Ma no, non ospita squamati rettili da far tremare le caviglie, quei serpenti non sono altro che innocue bisce acquatiche, giunsero lì dalla foce del Danubio e sono pressoché scomparsi dalla vista umana. E’ un nome tutto sommato recente, in un tempo lontano gli antichi greci la chiamavano “isola di Achille”, perché su quell’isola sorgeva un tempio dedicato all’eroe omerico. Secondo alcuni sognatori di miti, di solito i migliori esegeti del reale, il mirmidone vi fu addirittura sepolto. E’ qui che 13 marinai ucraini si sarebbero immolati di fronte a una nave da guerra russa, mandandola letteralmente a quel paese. “Vai a farti fottere”, avrebbero gridato i 13 prima di essere uccisi dai russi.

Sulla pelle di chi vende cara la pelle

Poi, come spesso accade, la clamorosa notizia si è parzialmente sgonfiata: forse non è andata proprio così, i marinai ucraini potrebbero essere ancora vivi e l’incontro-scontro impari magari non c’è stato davvero. Chissà, magari neppure esistono quei 13 marinai, magari erano solo spettri mirmidoni. Poco importa, per i media internazionali sono ormai “eroi” che stavano difendendo la “patria” contro l’invasore che violava i “confini” della loro terra. Provate a rileggere quei tre termini messi tra virgolette, per non turbare il sonno di chi in Occidente li aveva svenduti, per non regalarli proprio adesso a chi non li merita.

Nessuna elucubrazione geopolitica, nessuna analisi sulle ragioni degli uni e degli altri, sui buoni e i cattivi di una guerra che sotto le coperte di casa nostra si manifesta solo nei videogiochi. Chi a Washington, a Bruxelles, a Kiev e a Mosca ha pensato di giocare sulla pelle del popolo ucraino, oggi si accorge che quel popolo è disposto a venderla cara la pelle. Costi quel che costi, con la sfacciataggine di chi lor salme abbandonerà di nuovo. Con la forza pura e semplice di chi della Nato, del Cremlino e dello scontro tra burattinai, francamente se ne infischia.

Eugenio Palazzini

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