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Roma, 3 giu – La battaglia che infuria nelle strade americane, tra vetrine infrante e veicoli dati alle fiamme, sembra aver ormai attecchito anche nell’ovattato mondo delle piattaforme digitali. Ed ecco così che la morte di George Floyd e i tweet del Presidente Trump indirizzati ai teppisti che stanno mettendo a ferro e fuoco vari Stati Usa divengono teatro di uno scontro tutto interno a Facebook.

Nel colosso della Silicon Valley, da lunedì, oltre 600 tra dipendenti e dirigenti dei vari rami d’azienda hanno dapprima iniziato a polemizzare con il loro Ceo, Mark Zuckerberg, «reo» a loro dire di avere un atteggiamento troppo morbido e accondiscendente nei confronti di Trump e dei suoi tweet che «inciterebbero all’odio», e poi si sono astenuti materialmente dal lavoro. Essendo quasi tutti in regime di smart working a causa della pandemia da coronavirus, nei fatti non si sono collegati al computer, azzerando le loro prestazioni.

In particolare, gli scioperanti digitali fanno riferimento all’ormai famigerato post in cui Trump sottolineava come quando iniziano saccheggi e devastazioni, si inizia in genere anche a sparare. L’altro colosso social, Twitter, con cui il presidente americano ha già ingaggiato una furibonda lotta culminata nell’adozione di un executive order volto a regolamentare le attività dei social, aveva deciso di oscurare parzialmente quel messaggio, ritenendolo – molto pilatescamente – potenzialmente violento ma anche di qualche interesse per il dibattito pubblico. E’ significativo che i dirigenti Facebook entrati in sciopero stiano affidando le loro lamentele e le loro richieste proprio a Twitter.

«Mark sbaglia e farò ogni tentativo per fargli cambiare idea», ha twittato Ryan Freitas, head del team di design di News Feed di Facebook. A rincarare la dose le dichiarazioni di Lauren Tan, informatica di Facebook secondo cui «l’inazione di Facebook nell’eliminare i post di Trump che incitano alla violenza mi fa vergognare di lavorare qui». Degno di menzione anche quanto dichiarato da Jason Toff, dirigente del product management, il quale ha scritto «lavoro a Facebook e non sono orgoglioso di come stiamo emergendo. La maggior parte dei colleghi con cui ho parlato si sente nello stesso modo. Stiamo facendo sentire la nostra voce». Piuttosto curioso che si scioperi per contestare la discutibile ma legittima posizione del Presidente degli Usa e non per altre discutibili trovate del loro datore di lavoro o per questioni salariali sociali.

Mark Zuckerberg dal canto suo ha infatti dichiarato che pur non condividendo le posizioni assunte da Trump, non potrebbe far prevalere le proprie convinzioni personali censurando quando scritto dal Presidente, e ha poi concluso dicendosi a favore della libertà di espressione sempre e comunque. Mentre possiamo nutrire qualche fondato dubbio su questa ultima asserzione – basterebbe pensare alla vicenda italiana che sta opponendo in tribunale il colosso della Silicon Valley e CasaPound Italia – Zuckerberg ha certamente ragione quando asserisce che quella di Trump è una posizione legittima: il Presidente infatti faceva riferimento alla forza dello Stato chiamato a ripristinare l’ordine in un Paese messo, letteralmente, a ferro e fuoco, e non ad una mera istigazione ad utilizzare la violenza contro i manifestanti.

Cristina Gauri

1 commento

  1. Sarà tutta una montatura per far passare lo Zucken come uno realmente democratico quando è a capo di un impero che si permette di censurare pareri non concordi ai loro

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