Nelle scorse settimane abbiamo assistito al ripresentarsi di un fenomeno che si è manifestato diverse volte nel recente passato: un abbozzo di «rivolta colorata» in Kazakistan. Cerchiamo di fare un minimo di chiarezza riguardo a un teatro particolarmente esotico per il pubblico italiano. Innanzitutto possiamo dire che, dopo le prime settimane di tensione palpabile, il fermento pare abbia raggiunto un proprio apice e stia rifluendo. Questo dopo aver ottenuto sicuramente qualche aggiustamento a livello politico interno, ma senza essere in grado – per ora – di gettare le premesse per un regime change come accaduto in altri scenari, e quindi di assurgere allo status di evento dall’importanza geopolitica.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di marzo 2022

Guerra ibrida in Kazakistan?

Perché questo? Senza la pretesa di essere esaustivi, considerata la complessità della situazione, cerchiamo di fissare qualche punto fermo. Tanto per cominciare, anche le potenze non occidentali hanno imparato a mettere a fuoco e a creare proprie procedure per rispondere a questi fenomeni che – non sempre, ma molto frequentemente – possono far riferimento a quella categoria che appartiene al paradigma delle tecniche della «guerra ibrida», chiamata «ju-jitsu politico».

Si tratta di un termine nato all’interno di alcuni think tank anglosassoni (come l’Albert Einstein Institute), che indica una strategia da utilizzare nei movimenti di piazza. La si vede frequentemente nei casi di «rivoluzioni colorate», basate sullo sfruttamento di una debolezza tattica da parte di rivoltosi e manifestanti (l’incapacità di affrontare fisicamente le forze di polizia del governo o i numeri della protesta che non arrivano a rappresentare totalmente la società) che viene trasformata in una sorta di leva strategica, sfruttando i social e i media occidentali per mostrare le violenze subite, raccontare verità parziali e con fini politici, fornendo così un vantaggio a lungo termine o addirittura generando le premesse per un cambio di regime.

In generale, il sapiente uso delle strategie comunicative serve a polarizzare la società e ridurre i margini di manovra politica del regime sul fronte interno; all’esterno, invece, fornisce all’Occidente una scusa per mettere in moto tutta una serie di meccanismi di pressione (sanzioni, embarghi, isolamento diplomatico) che possono aprire la strada ad azioni più incisive per cambiare gli equilibri in gioco (un intervento militare diretto o un sostegno occidentale ad alcuni attori).

Linee di conflitto

Questo in teoria. Nella pratica, è sempre più vero che Paesi come la Russia hanno sviluppato contromisure per contrastare questo fenomeno e rendere meno efficace l’applicazione di questa strategia: in generale, questo avviene sostenendo i governi amici in modo molto rapido, addirittura intervenendo direttamente e costruendo una propria rete di media per inquinare la narrazione occidentalista. In Kazakistan la «messa in sicurezza» del governo – anche tramite l’intervento russo – ha funzionato, ma è importante sapere alcune cose.

Tanto per cominciare, al contrario di quel che si crede, il Kazakistan ha sempre perseguito una sorta di politica di «equidistanza» tra Russia, Cina e Stati Uniti: strategia che, se in passato si è dimostrata vincente – ad esempio consentendo l’ingresso di aziende straniere nella gestione degli idrocarburi del Paese, o delle numerose esercitazioni militari fatte in passato persino con gli Usa – oggi si mostra molto meno lungimirante, perché la tensione tra le grandi potenze obbliga i Paesi sulle linee di faglia a trovare una propria posizione.

In generale, poi, per inquadrare la questione in modo più «geopolitico»: a prescindere dall’atteggiamento del governo kazako, l’Occidente sta attuando quella politica di «logoramento» della Russia definita come «strategia madre» da think tank come la Rand corporation. Del resto, portare caos all’interno della sfera d’influenza russa è una tattica che la Nato considera ad alto ritorno e a basso rischio.

Infezione e profilassi geopolitica

È difficile, per noi che non possediamo notizie di prima mano sul teatro kazako, comprendere quale sia il reale livello di malcontento della popolazione e quanto questo sia stato, invece, mistificato dall’Occidente. Innegabilmente, l’aumento del costo del carburante, alcuni licenziamenti di massa – avvenuti spesso in ambiti legati all’estrazione di idrocarburi, quindi in settori più o meno indirettamente influenzabili dalle scelte occidentali – hanno creato una base reale di contestazione, ma capire quanto questa possa essere diffusa non è facile. Non è, al momento, neppure possibile stabilire se l’operazione di «intossicazione» del sistema politico kazako da parte dell’Occidente sia stata o meno un completo fallimento. È vero che l’«infezione» è stata…

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1 commento

  1. Egregio G.Taietti, penso si debba fare i “medici politici”, esaminare il grado e la quantità di infettività grazie alle ns. (!) esperienze pregresse (tutte!) a costi assai abbordabili perché non necessitiamo di incontrare i venduti, i corrotti, gli yes-men, i puzzoni pezzenti…; basta saper ascoltare l’ onestà semplice, locale che arriva dalla terra.

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