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russia vs usaRoma, 19 feb – Cosa sta succedendo tra Stati Uniti e Russia? Che fine hanno fatto le promesse di “distensione” di Trump in campagna elettorale? Ad una prima analisi superficiali si direbbe che il nuovo esecutivo alla Casa Bianca stia perseguendo la politica estera aggressiva di Obama/Clinton, però per dare un giudizio, seppur parziale, occorre innanzitutto ordinare gli avvenimenti dell’ultimo mese.

Il neo presidente Trump, appena insediatosi, si è trovato immediatamente ad avere l’ostilità delle due maggiori agenzie di intelligence e sicurezza americane, la Cia e l’Nsa, questo a causa proprio della politica di “appeasement” che è stata propagandata durante la campagna elettorale, e che sembrava essere messa in atto con la nomina a consigliere per la sicurezza nazionale dell’ex generale Flynn, molto vicino agli ambienti di Mosca. Lo stesso Trump in più di una occasione non ha nascosto di voler combattere la minaccia al terrorismo ad ogni costo ponendolo come l’obiettivo primario di questa amministrazione, mettendo in secondo piano quindi la rivalità con la Russia con la conseguente previsione di una limitazione dei finanziamenti per gli armamenti, lanciando, nel contempo, dichiarazioni su come la Libia fosse una “questione europea” e quindi ventilando la possibilità di un disimpegno strategico dal Nord Africa, scenario impensabile per certi lobby politico/militari americane. Una strategia che per l’establishment non è accettabile, a riprova di questo è stata la dimissione in blocco di tutti gli alti funzionari del Dipartimento di Stato a pochi giorni dalla sua elezione. Un vero e proprio terremoto che non si è ancora esaurito e che, visto in chiave anti-russa, ha portato alle dimissioni, o, se vogliamo dirla tutta, alla defenestrazione causata dai media, di Micheal Flynn, uomo chiave di Trump e vicino alle posizioni di Mosca sulla questione del terrorismo islamico: un personaggio che avrebbe potuto dialogare con il Cremlino ponendosi sullo stesso livello, e non più dettando le regole, come auspicato dallo stesso Putin, e per questo inviso alle agenzie di sicurezza nazionale americane e a buona parte dell’ambiente militare.

La Russia, dal canto suo, non è di certo restata a guardare il frantumarsi delle proprie speranze di idillio con Washington, idillio che non sarebbe propriamente un toccasana per la nostra Europa ma questo è un altro discorso. Notizia di qualche giorno fa è infatti la violazione del trattato INF (Intermediate-range Nuclear Forces), siglato nel 1987 dalle due superpotenze, da parte di Mosca che ha schierato un nuovo missile da crociera (denominato SSC-8 già testato nel 2014) in due località russe di cui una non meglio specificata per questioni di “delicatezza”. Una mossa che sembra assurda ma che si spiega con la volontà del Cremlino di non essere più considerati subalterni e definiti “potenza regionale”, ma di dimostrare ancora una volta la propria vocazione di potenza globale e quindi di avere pari considerazione rispetto a Washington; il sorvolo da parte di una coppia di Su-24 “Fencer”, probabilmente armati, del cacciatorperdiere “Porter” (DDG-78) avvenuto quattro giorni fa nelle acque del Mar Nero, è da considerarsi routine nei rapporti tra le due potenze: fa parte di una moderna (e nuova) “diplomazia delle cannoniere” mai del tutto cessata col finire della Guerra Fredda a cui è stato dato nuovo impulso dal rilancio delle Forze Armate voluto da Putin. La reazione della Casa Bianca, durissima, è stata duplice: da una parte ha chiesto  ufficialmente alla Russia di restituire la Crimea, opzione assolutamente inaccettabile per Putin, e dall’altra ha fatto trapelare che le sanzioni verso Mosca continueranno. Una mossa fatta, riteniamo, per mettere a tacere i “falchi” dell’establishment e quindi per prendere tempo e dare la possibilità al nuovo esecutivo, che si sta dimostrando più debole del previsto, di regolare i conti e parare i colpi dei nemici interni, molto forti e non solo in merito alla politica estera (vedere questione della legge sull’immigrazione).

L’amministrazione Trump quindi, anche se a prima vista sembra restare nel solco delle politica internazionale voluta da Obama (Iran a parte ma esula da questa trattazione), in realtà sta facendo i conti con i nemici interni della burocrazia e degli apparati dello Stato: per questo, e per una questione di prestigio interno della Presidenza, sono stati presi provvedimenti drastici come la defenestrazione di Flynn o la ripresa dalla linea dura con Mosca. Riteniamo che col tempo e con il cambio dei vertici degli apparati statali, non ultimo magari l’arrivo dell’ex Generale Petraeus come consigliere della sicurezza nazionale, lentamente Trump potrà mettere in pratica quanto propagandato in campagna elettorale, sempre che riesca ad avere quel consenso al Congresso per questo cambio di rotta che ora sembra non avere.

Paolo Mauri

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