Roma, 27 mag – Il ministro degli esteri della Federazione Russa, Sergej Lavrov, torna a parlare della guerra in Ucraina. Questa volta trattando le ragioni profonde del conflitto e del senso di minaccia percepito dai russi in confronto all’Occidente. Lavrov fa intendere come la posta in gioco sia la stessa esistenza del mondo russo, a tal punto da affermare: «L’Occidente ha dichiarato guerra totale alla Russia, all’intero mondo russo, nessuno lo nasconde adesso».

«La russofobia quotidiana è senza precedenti», le parole di Lavrov

Come riportato dall’agenzia Tass, Lavrov era intervenuto ad un vertice ministeriale. A preoccupare il Cremlino non sarebbe solo l’allargamento Nato in quella che veniva percepita come una sfera di influenza russa, ma una vera e propria cultura della cancellazione: «L’Occidente ha dichiarato guerra a noi, a tutto il mondo russo. La cultura della cancellazione della Russia e di tutto ciò che è connesso al nostro Paese sta già raggiungendo il punto di assurdità».

I colpevoli di questo attacco all’anima russa sarebbero gli Stati Uniti e «i loro satelliti», i quali starebbero «raddoppiando, triplicando, quadruplicando gli sforzi per contenere il nostro Paese, usando la più ampia gamma di strumenti, dalle sanzioni economiche unilaterali alla propaganda completamente falsa nello spazio dei media globali».

Questo avrebbe portato ad una sentimento contro la Russia sempre più diffuso: «In molti Paesi occidentali la russofobia quotidiana è diventata di una natura senza precedenti e, con nostro grande rammarico, è incoraggiata dagli ambienti governativi in un certo numero di Paesi». A farne le spese sarebbe paradossalmente anche la cultura e l’arte russa dei secoli passati: «I classici sono banditi: Čajkovskij, Dostoevskij, Tolstoj, Puskin. Anche le figure della cultura e dell’arte nazionale, che oggi rappresentano la nostra cultura, sono perseguitate. In generale, posso dire con sicurezza che questa situazione sarà con noi per molto tempo».

Verità o propaganda?

Lavrov riesce ad andare a toccare uno dei nervi scoperti dell’Occidente, quella cultura della cancellazione – o cancel culture, riconoscendone pure un primato americano – che ha infiammato il dibattito nostrano, fra statue abbattute e polemiche accesissime. Nel farlo utilizza un registro linguistico molto occidentale, quel vittimismo o cultura del piagnisteo molto spesso utilizzato in salsa progressista per difendere fumose minoranze. La russofobia sarebbe in qualche modo simile all’omofobia, alla xenofobia, alla transfobia e quant’altro.

In questo il ministro russo coglie una parte di verità. Le idiosincrasie e le contraddizione sul conflitto fra Russia e Ucraina sono moltissime, come peraltro scritto con largo anticipo da Guido Taietti proprio nello speciale del Primato Nazionale sulla guerra. Potremmo arrischiarci a dire che questo scivolamento di una certa cultura politica progressista verso la repressione del discorso abbia radici lontane, in quell’assolutizzazione e moralizzazione dell’avversario, con il conseguente disconoscimento di ciò che rappresenta il nemico, di cui già si lamentava nel secolo scorso il giurista tedesco Carl Schmitt.

La frattura fra Russia e Europa

Quello di cui parla Lavrov è un problema reale, un tic nervoso che non riguarda solo la Russia. Anzi, proprio il fatto che il discorso del ministro del Cremlino faccia così ampio ricorso a categorie occidentali, dimostra quanto la Russia faccia parte dello stesso mondo.

La Russia guidata da Putin non è una vera alternativa all’Occidente, nonostante le semplificazioni da talk show, non c’è in atto una guerra ideologica, né fra democrazia e autocrazia, né fra globalismo e tradizionalismo. Prova ne sia che la cosiddetta “operazione militare speciale” abbia di fatto rafforzato l’Occidente, ridato vitalità alla Nato e favorito la leadership anglo-americana. L’unica frattura che si è creata non è quella più o meno fittizia fra Occidente e Russia, ma quella geopolitica fra Europa e Russia, con la guerra che ha inevitabilmente allontanato i due poli e con i terzi incomodi – leggasi: gli americani – che se la ridono.

Michele Iozzino

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1 commento

  1. Forse è anche il caso di affrontare il testa-coda di chi ingenuo-ario o diversamente ben peggio, si ostina protettivamente a porre sullo stesso piano la nazione italiana a quella ucraina, comprendendo ben poco di storia, di tradizioni, di politica, di economia e cuore sociale ponendosi nel relativismo ateo guidato… cadendo come un coniglio nel sacco.
    Parlare la stessa “lingua” in contesti vitali profondamente diversi, non significa essere uguali ma solamente voler comunicare prima del peggio… Qualcuno si rilegga o legga Spengler se l’ ha letto o intende poco di tramonti, decadenze fatte passare come attimi vittoriosi fuggenti.

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