Iraq-with-Ur-site-and-cities-OLBaghdad, 8 dic – Scadrà nella giornata di oggi l’ultimatum del governo iracheno alle truppe turche che nella giornata di sabato hanno valicato il confine per raggiungere la zona di Mosul: “Il primo ministro iracheno Haidar al Abadi (sciita ndr), dopo avere ingiunto alla Turchia di ritirare le sue truppe dal nord dell’Iraq entro domani, ha messo in allarme l’aeronautica militare perché sia pronta a difendere la patria e a proteggere la sovranità nazionale” recita un comunicato del governo di Baghdad diffuso nella giornata di ieri.

La Turchia ha inviato in Iraq 25 carri armati e 1.200 uomini, che hanno raggiunto il campo di addestramento delle forze anti-Isis di Bashi, a pochi chilometri da Mosul, considerata una roccaforte dello Stato Islamico. “Il campo […] è una struttura di addestramento creata per sostenere le forze locali volontarie che combattono il terrorismo – ha dichiarato il premier turco Ahmet Davutoglu – i nostri soldati fanno un’attività di routine per addestrare e proteggere la zona. La Turchia non mira al territorio di nessun Paese. Le nostre priorità sono il benessere e la sicurezza dell’Iraq e della Siria”. In altre parole, l’episodio di sabato si configurerebbe solo come rafforzamento di una presenza già nota. D’altronde, il confine fra Turchia e Iraq è da anni sotto il controllo dei peshmerga curdi con cui la Turchia intrattiene relazioni abbastanza solide, diversamente dalla compagine curda in Siria, accusata di sostenere il Pkk (partito curdo in Turchia).

La zona controllata dai peshmerga è proprio quella sotto il controllo del Governo Regionale Kurdo (KRG), emanazione di quel progetto di frammentazione e destabilizzazione del Medio Oriente che va sotto il nome di “Stati etnici”: tre sono gli Stati che dovrebbero nascere dal vecchio Iraq e tre, o addirittura quattro, gli Stati che dovrebbero nascere dalla disgregazione della Siria di Assad, Stato che storicamente si è posto come elemento guida in Medio Oriente (le truppe siriane hanno lasciato il Libano solo nel 2005). Un progetto che punta a prorogare una situazione di caos in una zona dalle risorse troppo preziose per essere lasciate in mano a governi stabili e sovrani, dalle dimensioni territoriali incomparabilmente maggiori di altre potenze che aspirano a un ruolo nella regione. È il cosiddetto divide et impera o “caos creativo” di cui ci siamo già occupati a proposito della Libia.

La lettura della presa di posizione del governo irakeno, così come il motivo dell’operazione turca, non può tuttavia prescindere dal traffico di oro nero, che il governo di Baghdad punta a riportare sotto il proprio controllo. Facendo sponda alle recenti accuse russe, in base alle quali la Turchia sarebbe coinvolta nel contrabbando di petrolio con lo Stato Islamico, il Ministro del Petrolio irakeno ha infatti richiesto “l’istituzione di una commissione d’inchiesta in sede Onu per attuare le decisione adottate […] in relazione al contrabbando di petrolio irakeno, e identificare le parti coinvolte in questo processo, che siano individui, aziende o paesi”.

Armando Haller

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