Londra, 3 mag – Cambridge Analytica chiude i battenti. La società, che insieme a Facebook di recente è stata al centro dello scandalo sulla violazione della privacy e il business dei dati, ha annunciato di aver sospeso “immediatamente tutte le operazioni”.
Con un comunicato, l’azienda, che era nata nel 2013 in seno a Scl Group, ha reso noto anche di aver avviato le procedure di insolvenza in Gran Bretagna e quelle per dichiarare bancarotta negli Stati Uniti.
Come è noto, l’azienda è accusata di aver raccolto i dati di 87 milioni di utenti Facebook e di averli poi usati a scopi politici (nel corso delle ultime presidenziali Usa) senza previa autorizzazione. Lo scandalo ha travolto il padrone di Facebook, Mark Zuckerberg, costretto a presentarsi al Congresso Usa per fare mea culpa.

Nel comunicato Cambridge Analytica nega di aver commesso alcun illecito, ma afferma che la campagna stampa diffamatoria la ha costretta ad interrompere le sue operazioni. Un brand “bruciato”, quindi, che non avrebbe avuto più mercato.
“Negli ultimi mesi, Cambridge Analytica è stata oggetto di numero accuse infondate – si legge nel comunicato – e nonostante i tentativi della società di fornire la propria versione dei fatti, è stata attaccata per attività che non solo sono legali, ma sono anche accettate ampiamente come componente base della pubblicità online sia in campo politico che commerciale”. In poche parole, se vai sui social sei “profilato”. Funziona così.
“Nonostante la salda fiducia di Cambridge Analytica nel fatto che i suoi dipendenti abbiano agito in modo etico e legale – conclude – l’assedio dei media ha fatto fuggire praticamente tutti i nostri clienti e fornitori. Come risultato è stato deciso che non è più possibile continuare a gestire il nostro business”.

Lo scorso marzo era stato sospeso il ceo di Cambridge Analytica, Alexander Nix, dopo che Channel 4 aveva mandato in onda una registrazione segreta in cui si vantava di aver fatto vincere le elezioni a Donald Trump. “Abbiamo fatto tutte le ricerche, tutta la raccolta dati, le analisi e il targeting – disse pensando di parlare ad un potenziale cliente e non ad un giornalista dell’emittente britannica – abbiamo gestito la campagna digitale, quella televisiva e tutti i dati usati per la strategia”.

A finanziare la nascita di Cambridge Analytica è stato, con 15 milioni di dollari, Robert Mercer, grande finanziatore delle iniziative di Steve Bannon, il guru della destra sovranista Usa. E Bannon è stato membro del consiglio d’amministrazione della società dal 2014 a quando, nell’estate del 2016, ha assunto il ruolo ufficiale di presidente della campagna di Trump.
A far scoppiare lo scandalo sono state le rilevazioni di Christopher Wylie, ex programmatore della società, che ha mostrato come i dati sottratti agli utenti di Facebook, attraverso una app sviluppata dal ricercatore Aleksandr Kogan, fossero usati in software che analizzavano i profili degli elettori ai quali veniva inviata, sempre sui social, una campagna elettorale personalizzata.

Ora che l’azienda leader nel data mining, ossia nell’estrazione di quelle informazioni personali necessarie per “profilare” un utente online, è andata fallita lo scandalo si può considerare concluso. Ma resta il sospetto che tutta la vicenda sia venuta a galla soltanto perché di mezzo c’era la campagna presidenziale di Trump. Come se lo staff elettorale della Clinton non avesse fatto lo stesso.

Adolfo Spezzaferro

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